Via Rosa ricalca il tracciato del cardine primo ultrato della città
romana, corrispondente all'asse stradale segnato dalle attuali vie
Garibaldi -Rosa -Fogge -Dante -piazza Francesco Viviani -vicolo
Dietro S. Sebastiano.
Suggestiva è l'ipotesi che vorrebbe il toponimo Rosa derivato
dall'italiano «roggia» e collegato con la presenza di un canale
d'acqua; ipotesi suggerita dalla famosa lapide romana che ricorda la
munificenza di Gavia Massima, la quale legò alla città seicentomila
sesterzi per la costruzione dell'acquedotto. L'epigrafe fu scoperta nel
1821 e quindi venne murata al n. 2 della via. La circostanza,
tuttavia, non significa che l'acquedotto passasse in quel luogo, tanto
più che un secondo esemplare della medesima iscrizione fu trovato
nel 1891 nella pila del ponte antico scoperta sotto l'alveo dell'Acqua
Morta e un frammento d'epistilio con cifra uguale a quella indicata
nelle due epigrafi menzionate si rinvenne anche in Corso Cavour, al
n. 41. Evidentemente iscrizioni commemorative dell'importante
legato pubblico di Gavia Massima erano sparse in vari punti della
città prescindendo dal percorso dell'acquedotto.
La spiegazione più ovvia del toponimo Rosa si ricava dall'esistenza
in contrada S. Cecilia, cui apparteneva anche Via Rosa, di un'osteria
all'insegna della "Rosa Bianca", rimasta in funzione per tutto il
Settecento.
Ma veniamo alle testimonianze storiche. La casa d'angolo, sulla
destra, cela i resti di una casa-torre medievale, una delle tante che
sorgevano attorno a Piazza delle Erbe (*). Nel 1770, nel sito della
drogheria, si apriva il "Bottegon delle acque", uno dei tre primi caffè
funzionanti in Verona (la "Gallinella" in Piazza Bra' e il "Gatto" in
piazza delle Erbe).
Vicolo Raggiri, sulla sinistra, un tempo cieco, conserva resti d'edifici
medievali, tra cui spiccano un paio di portali romanici a conci
alternati di tufo e di cotto; oggi vicolo Raggiri si apre su vicolo S.
Benedetto, dove sopravvivono alcuni archi trasversali, caratteristici
dell'edilizia medioevale.
AI n. 5 di Via Rosa si innalza Palazzo Pellegrini: è un imponente
edificio di gusto sanmicheliano, fondato nei primi anni del Seicento
da Bertoldo Pellegrini su disegni di Domenico Curtoni, l'autore del
Palazzo della Gran Guardia (*) in Piazza Bra' (*). La facciata è
caratteristica per l'altissimo portale che vi si apre, apparentemente
sproporzionato rispetto all'edificio tanto da essersi guadagnato
l'appellativo popolare di "porton senza palazzo", ma in realtà
studiato come correttivo prospettico dell'edificio in rapporto alla
ristrettezza della via.
AI n. 8 sorge un altro edificio di fondazione medioevale (la fiancata
verso vicolo Rosa rivela le tracce di una casa-torre), rimaneggiato
nel Cinquecento (trifora centrale).
Dopo l'incrocio con l'asse stradale Via Forti-Via Emilei, la strada
prosegue oggi intitolata a Giuseppe Garibaldi. AI n. 1 si trova un
antico palazzo, appartenuto prima agli Sparavieri e poi ai marchesi
Gherardini, che lo ristrutturarono e al cui interno allestirono la loro
famosa pinacoteca, dispersa già nel Settecento. Nel 1799 il palazzo
ospitò gli ufficiali dell'armata russa del generale Suvarov, che riprese
Verona ai Francesi dopo la prima campagna d'Italia di Napoleone;
nel 1822, in occasione del Congresso veronese della Santa
Alleanza, l'edificio fu messo a disposizione del principe Carlo
Augusto Von Hardenberg, cancelliere del Regno di Prussia. Nel
1888 esso fu acquistato dalla Cassa di Risparmio di Verona.
Dirimpetto, al n. 2, si apre la sotterranea sala convegni della stessa
banca, dove si possono vedere resti di un imponente edificio
romano costruito sull'incrocio tra cardine primo ultrato e decumano
sinistrato primo (rispetvamente Via Rosa e via Forti).
Ai nn. 6-8 si trova casa Pellegrini-Molon, interessante per il portale e
alcune finestre trilobate in stile gotico-veneziano.
A sinistra della via, là dove oggi si apre un cortile, a ridosso della
chiesetta di S. Pietro in Monastero (*), sorgeva la chiesa di S.
Elisabetta. Si trattava di un modesto edificio, preceduto da un breve
cortile. Come si legge sull'epigrafe proveniente dalla facciata della
chiesetta e ora murata sulla fiancata di S. Pietro, l'intitolazione
originaria del tempio era a S. Maria Novella.
La fondazione si fa risalire almeno al sec. XII; nel 1127, infatti, il
vescovo Bernardo ne consacrò l'unico altare. Nel Trecento la
chiesetta era soggetta all'abbazia di S. Zeno (*); nel 1570 il vescovo
Agostino Valier la destinò ad oratorio per l'istruzione della "dottrina
cristiana" ai fanciulli della non lontana parrocchia di S. Clemente
(che sorgeva nell'omonimo vicolo cieco, di lato a Via Pigna). Il
mutamento dell'intitolazione originaria dipese dal fatto che nella
chiesetta si celebrava con particolare devozione le festa della visita
a S. Elisabetta di Maria. Nel 1730 l'edificio era malconcio, tanto che i
confratelli decisero di convogliare nel restauro le spese che
annualmente si sostenevano, in coincidenza della festività
dell'Assunta, per l'addobbo e le luminarie del vicoletto che,
costeggiando la chiesa, si apriva su Via S. Egidio. I lavori si svolsero
tra il 1734 e il 1737: essi comportarono, tra l'altro, l'inversione
dell'abside e della facciata, che, in origine, seguendo la chiesa
l'orientamento rituale, prospettava verso Via S. Egidio. Davanti alla
nuova facciata su Via Garibaldi fu risparmiato un cortiletto, il cui
terreno, assieme alla due colonne tortili che ancora delimitano il
perimetro del cortile stesso, fu donato dalla vicina chiesa di S.
Pietro.
Nel 1806 la chiesa di S. Elisabetta non fu soppressa, ma
sopravvisse fino al 1935, quando, ormai fatiscente, fu demolita per
lasciare spazio all'Istituto di credito. All'interno, sopra l'altare, vi era
una bella pala di Pasquale Ottino dedicata all'Assunzione di Maria.
D'antica fondazione è pure la chiesetta superstite di S. Pietro in
Monastero, la cui facciata venne rifatta nel 1751, come ancora si
legge nel timpano: oggi l'edificio, è adibito per lo più ad "auditorium",
di proprietà della Cassa di Risparmio.
Dopo l'incrocio con Via Pigna -Via S. Mammaso, si erge la mole
classicheggiante di Palazzo Miniscalchi-Erizzo (*), oggi sede
dell'omonima Fondazione (*) e del suo Museo (*). L'edificio è
preceduto da un vasto cortile delimitato da una recinzione
monumentale in pietra: le artistiche ringhiere in ferro battuto furono
sacrificate alla patria, mentre si è conservato il cancello
ottocentesco. L'edificio fu costruito a partire dal 1878 al posto di una
schiera di casupole che la famiglia Miniscalchi acquistò dai Buri, il
cui palazzo sorge dirimpetto al n. 14, con la clausola di lasciare tra
la strada e la nuova costruzione un ampio spazio libero.
Il palazzo, caratterizzato da due avancorpi laterali, fu restaurato fra il
1985 e il 1986 a cura della ricordata Fondazione: la facciata si apre
in profondo loggiato a cinque luci, cui corrisponde, al piano nobile,
una vasta terrazza balaustrata; sopra le finestre del secondo piano
si staglia un gran timpano che racchiude gli stemmi associati dei
Miniscalchi e degli Erizzo e variegati racemi decorativi, tutti scolpiti
in pietra Gallina.
Durante il Congresso della Santa Alleanza del 1822 il palazzo ospitò
Maria Luisa d'Austria, vedova di Napoleone.
Oltre la recinzione di Palazzo Miniscalchi, al n. 11, sorgeva la
chiesetta di S. Fermo in Cortalta (*), costruita, secondo una
tradizione non controlla慴sul luogo dove sarebbero stati
imprigionati e giudicati i santi martiri Fermo e Rustico. Essa esisteva
sicuramente già nel sec. XII e nel tempo fu rimaneggiata
ampiamente.
Una lapide, collocata sull'angolo della facciata della casa che
n'occupa l'area, ricorda un restauro della chiesetta curato da un
certo Michele musico nel 1525. Nell'edificio sacro era conservata la
«spina del gran pesce marino» con cui - secondo la leggenda -
sarebbero stati decapitati i due martiri. La sacra «spina», fatta
riporre in una doppia custodia, metallica e lignea, dal vescovo Pisani
nel 1670, è ora conservata nella Cappella della «Madonna del
Popolo» in Cattedrale (*).
La chiesetta fu soppressa nel 1806; la pala dell'altare maggiore,
raffigurante il Martirio dei S.S. Fermo e Rustico con S. Annone,
vescovo di Verona, e S. Maria Consolatrice, opera di Pasquale
Ottino, fu donata dal Demanio napoleonico nel 1812 al Comune di
Verona per la costituenda pinacoteca cittadina. Nel 1829 il
proprietario dell'edificio fece abbattere il campanile e attuò la
trasformazione della chiesa in casa di abitazione.
Dirimpetto, al n. 16, va segnalato un palazzetto del primo
Cinquecento con un bel portale in marmo rosso decorato
«all'antica » con candelabre vegetali e bracieri accesi.
Poco più avanti, nella piazzetta S. Maria in Solaro (*), esisteva
l'omonima chiesetta. La tradizione la vuole fondata nell'ultima età
longobarda, nell'anno 743, dalle sorelle Ateonda e Natalia con il
consenso del vescovo Sigiberto. La Chiesa dipendeva dall'abbazia
di S. Maria in Organo (*). Nel 1743 l'edificio venne riattato:
internamente aveva un unico altare, sopra il quale era posta una
copia dell'Assunta di Tiziano esistente in Cattedrale. Soppressa nel
1806, la chiesetta fu venduta a privati che la trasformarono in casa
di abitazione e che n'adibirono il piano terreno a osteria. Ancora
oggi, pur nella recente ristrutturazione, s'indovina la sagoma
dell'antica chiesa, di cui rimane, murato sulla facciata, un
tabernacolo del Quattrocento in tufo originariamente dipinto recante
gli stemmi dell'abbazia di S. Maria in Organo e dell'Ordine
Olivetano. Sotto il tabernacolo corre su due righe la scritta S.
Mariae I insularis. L'antico toponimo "Solaro", di incerta
etimologia, appare trasformato nell'iscrizione latina, ma quasi
certamente si tratta di una restituzione dotta suggerita dalla
vicinanza della chiesetta al fiume. Sono scomparsi da alcuni anni i
due blocchi in marmo rosso, che fungevano da sedili all'ingresso
della trattoria e che recavano iscritte, rispettivamente, le parole
Ave I Maria.
Il tratto terminale dell'attuale Via Garibaldi, che dà l'accesso al ponte
omonimo (*), non esisteva: esso venne realizzato nel 1864 a seguito
della demolizione di varie casupole proprio per consentire il
raccordo della strada con il ponte.
Il manufatto, lungo m 75 e articolato in tre arcate, fu inaugurato il 16
agosto 1864 per iniziativa della Società di costruzioni Newille, che
finanziò l'opera, ottenendo in cambio dal Comune di Verona un
diritto di pedaggio di due centesimi a persona per 49 anni, vale a
dire fino al 1913. L'intitolazione del ponte, e conseguentemente
della strada, a Giuseppe Garibaldi risale al 1867, quando l'eroe,
ospite di Verona, transitò sul ponte per recarsi ad Avesa nella villa
dell'amico Carlo Sega, in seguito ribattezzata villa Caprera in onore
dell'illustre visitatore.
In origine, per recarsi in riva all'Adige, dove si apriva un'ansa e si
prendeva il battello per traghettare il fiume (da cui l'attuale toponimo
del breve lungadige Riva Battello), si scendeva lungo un vicolo
intitolato a S. Paolino. A pochi passi dal ponte, verso il centro
dell'odierna via, sorgeva, infatti, la chiesetta di S.倀a氀o Eremita,
detta poi di S. Paolo Vecchio per distinguerla da S. Paolo di Campo
Marzo (*), ma popolarmente chiamata S. Paolino. L'edificio risaliva
almeno al sec. XII: aveva un solo altare, sormontato da una pala di
Domenico Brusasorzi raffigurante i SS. Antonio Abate e Paolo
Eremita, ora a Milano nei depositi della Pinacoteca nazionale di
Brera. Soppressa nel 1806, la chiesetta fu demolita assieme alle
casupole attigue appunto nel 1864. L'architrave della porta di S.
Paolino, un lavoro in pietra del sec. XVI, già nel 1832 era stata
trasportata e collocata dietro l'abside della chiesa di S. Stefano (*).
Dopo l'apertura dell'accesso al ponte, venne ampliato verso Via
Garibaldi il quattrocentesco Palazzo Gaioni (poi Ferrari, ora Biasi),
che si apre su stradone Arcidiacono Pacifico: il fianco dell'edificio
verso la nuova strada, corrispondente ai nn. 18, 20, 22, venne
realizzato dall'ing. Guglielmi, che ripeté i moduli decorativi della
facciata originaria, compreso il balconcino d'angolo.
Dal lato opposto della via, in corrispondenza dell'edificio ora segnato
ai nn. 19 e 21, sorse il Palazzo Newille, realizzato dalla società
costruttrice del ponte: esso era decorato con medaglioni riproducenti
le effigi degli uomini più celebri del mondo, ma, soprattutto, era
caratteristico per le vedette sporgenti dall'angolo verso il ponte, dalle
quali si controllava il traffico; nella vedetta a piano terra stazionava
un controllore della Società che riscuoteva il pedaggio, presto ironicamente battezzato «palanchèta».