Da San Bernardino attraverso il rione San Zeno - Verona

Verona, Da San Bernardino attraverso il rione San Zeno: Lasciata la chiesa di San Bernardino (*), sull'angolo dell'omonimo Vicolo Lungo, sorge il vasto edificio sede delle Scuole elementari. Si prosegue ...
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Da San Bernardino attraverso il rione San Zeno


Lasciata la Chiesa di San Bernardino (*), sull'angolo dell'omonimo Vicolo Lungo, sorge il vasto edificio sede delle Scuole elementari. Si prosegue lungo lo stradone Antonio Provolo: sulla destra si susseguono case private di modeste dimensioni - alcune a due soli piani - d’origine ottocentesca. Sulla sinistra, invece, sorgono i grandi edifici di due Istituti religiosi.

AI n. 44 c'è l'Istituto per l'educazione dei sordomuti, fondato nel 1831 dal pio sacerdote veronese Antonio Provolo; segue la moderna chiesetta dedicata a Santa Maria del Pianto. AI n. 16 si apre il complesso occupato dall'Istituto San Giovanni Bosco, che funziona perlopiù come sede di scuole private. Lungo la via non vi sono particolari artistici degni di segnalazione, ad eccezione di un portale rinascimentale nella casa al n. 14.

Si giunge così in vista del Castelvecchio (*) e del tratto di strada che oggi s’intitola Largo Don Bosco, ma che originariamente si chiamava corso di Castelvecchio, nome rimasto alla parte di via che fronteggia il maniero scaligero.

Subito a sinistra hanno inizio le Regaste di San Zeno. Il termine "regaste", d’etimologia dubbia, indica in dialetto un tratto di riva del fiume rialzato e difeso da un muro. La conformazione particolare di questo segmento di lungadige è ancora segnata da un doppio percorso altimetricamente differenziato: quello rialzato, pedonale, ha inizio dirimpetto alla Chiesa di San Zeno in Oratorio e offre un magnifico panorama verso il fiume, tanto che già nel 1838, era stata avanzata la proposta di allungare le "regaste" fino alla caserma Catena.

Dopo la storica inondazione del 1882 fu qui costruito il primo tratto dei muraglioni che imbrigliano il corso dell’Adige attraverso la città. Prima di tale intervento, il piano stradale era unico e alla riva erano ancorati numerosi mulini natanti, per secoli caratteristici del paesaggio fluviale cittadino. Di fronte alla chiesa di San Zeno in Oratorio (*) esistevano anche alcune grandi ruote idrovore, che, girando con moto lento e costante, sollevavano l'acqua dell'Adige destinata ad irrigare gli orti e i prati che si estendevano verso sud: si spiega così anche l'origine del toponimo "Beverara", che designava questo primo tratto delle "regaste".

San Zeno in Oratorio, popolarmente noto come San Zenetto per distinguerlo di colpo dall'altro omonimo ma grandioso tempio, conserva all'interno un masso di pietra che la leggenda vuole servisse a San Zeno, ottavo vescovo di Verona, per sedere mentre pescava sulle rive del fiume.

La chiesa attuale è almeno del sec. XIII, anche se presenta numerosi rimaneggiamenti. Un piccolo cortile precede l'edificio; il portale gotico con cornice a dadi proviene da S. Antonio di Vienna (*), che sorgeva in Pradavàl sull'angolo della Via S. Antonio. Le due statue di S. Zeno e di S. Pietro vengono, invece, dalla Fiera di Campo Marzo e sono di Francesco Zoppi. L'interno è a tre navate e quattro campate. Soppresso nel 1808, l'edificio fu riaperto al culto nel 1827.

In corrispondenza con l'edificio al n. 23 delle Regaste San Zeno si apriva la chiesa di San Giovanni della Beverara, con annesso convento di frati e monache degli Umiliati che si estendeva sull'area oggi occupata dall'Istituto San Giovanni Bosco. Il complesso era già in funzione verso la metà del Duecento: la chiesa fu consacrata il 21 maggio 1351 dal vescovo Marco. In seguito il convento passò alle monache di San Benedetto e quindi a quelle Lateranensi, che agli inizi del secolo XVI ricostruirono anche la chiesa. Il nuovo edificio, consacrato nel 1525 da Antonio de' Beccari, suffraganeo del vescovo Gian Matteo Giberti, fu nuovamente trasformato nel 1746. La chiesa, soppressa assieme al convento nel 1806 e demaniata, fu acquistata nel 1817 dal conte Francesco Morando de' Rizzoni, che nel 1840 la trasformò in teatro: l'edificio fu inaugurato il 17 gennaio 1841.

Degno di nota, al n. 25 delle Regaste, è Palazzo Del Bene, costruito in stile tardo-gotico nella seconda metà del Quattrocento. Il toponimo del vicino vicolo Boscarello deriva dall'insegna di un'osteria quivi esistente nel sec. XVIII. Il successivo vicoletto cieco Polenta sembra probabile abbia derivato il nome non tanto dalla presenza di un'area coltivata a mais, ma dal soprannome scherzoso di qualche residente. Le Regaste San Zeno terminano nella piazzetta Portichetti: il toponimo ricorda l'esistenza nel sito di piccoli "pòrteghi", vocabolo che nel dialetto antico significava "marciapiedi".

A destra si stacca la via del Bersagliere e di fronte la via Berto Barbarani, toponimo recente che onora la memoria del più famoso poeta vernacolo cittadino (1872-1945) e che sostituì quello originario di Via di Mezzo San Zeno.

La via del Bersagliere è una tra quelle che il regime fascista volle intitolare alle varie armi dell'Esercito: la scelta del nome derivò dal fatto che la via conduceva alla caserma dove aveva stanza il XII Reggimento Bersaglieri. Il toponimo originario era Via Chiodo, dal nome di una nobile famiglia che, fino al volgere del Settecento, ebbe la propria dimora tra questa strada e il fiume. Angusta nel primo tratto, la via non presenta alcuna rilevanza artistica, ma r riserva alcune curiosità storiche. Il vecchio edificio basso, che sorge sulla destra al n. 8 servì in passato da caserma e poi da magazzino militare con il nome di Caserma Chiodo. Il ricordo della presenza militare è conservato dal toponimo della vicina Via Dietro Caserma I Chiodo, che conduce a Piazza Corrubio, dalla quale si dirama un vicolo dal curioso toponimo "Cicale", spiegabile - in assenza di diverse notizie - solo ricordando le vaste distese d’orti e di prati che lì si aprivano, dove le cicale sicuramente frinivano nelle giornate estive. Sull'area dell'ex-caserma sorgeva, appunto, la residenza dei Chiodo, famosa per il giardino coltivato ad agrumi digradante verso il fiume: Johann Christof Volkamer, nel 1714, ne pubblicò una nitida tavola incisa a puntasecca.

Sulla sinistra si stacca la Via Portone Rosso, dove annualmente si festeggiava un'immagine antica della Madonna, venerata in tutto il quartiere di San Zeno; il toponimo ebbe origine dal colore insolito del portone di una casa già esistente al principio della via, anch'essa distrutta dai bombardamenti durante l'ultimo conflitto mondiale.

Attraversata la recente strada che immette sul Ponte del Risorgimento, percorrendo via Torretta si raggiunge la caserma Riva di Villasanta, ancora in uso all'Esercito Italiano. Si tratta di un'antica caserma costruita dai Veneziani, in seguito riutilizzata dai Francesi e dagli Austriaci, che ne fecero un Ospedale Militare. Il nosocomio funzionò fino a che non fu pronto il complesso ristrutturato di Santo Spirito (1858-1864); infine passò al Regio Esercito, che lo riutilizzò come caserma.

Girando attorno alla caserma dalla parte dell' Adige, si raggiunge l'antica Porta Fura (*), costruita in età comunale (1138), che dava accesso alla vasta area fortificata dell'abbazia di San Zeno. Esternamente alla Porta Fura esiste tuttora anche la scaligera Porta Catena (*), che si apriva nella cinta di mura costruite da Cangrande a destra dell' Adige. Tra le due Porte, nel 1840, gli Austriaci ne costruirono una. Terza, nell'ambito del riassetto funzionale delle mura magistrali di Verona: a difesa del varco essi edificarono anche una piccola casamatta per la fucileria, detta "Blockhaus".

Riguadagnando via Torretta, il cui nome deriva dalla presenza di una torre d’età scaligera, di cui s’incontrano i resti a metà circa della via Tommaso da Vico, sulla destra si estende il popolare rione degli "Orti di Spagna", un toponimo antico dovuto al fatto che il terreno attorno alle mura era coltivato ad erba "spagnola" (cioè erba medica) e non tanto alla presunta temporanea presenza in quel punto della città di truppe spagnole.

A sinistra dei resti della Torretta si erge solenne la basilica di San Zeno (*). Per raggiungerla seguiamo la via Tommaso da Vico e raggiungiamo piazza Corrubio: si tratta di un toponimo dialettale d’origine latina ("quadrivium", "quadruvium"), che significa, appunto, incrocio di strade.

Tenendo la destra s’incontra la Chiesa di San Procolo (*), di antichissima fondazione, se, come vuole la tradizione, in essa venne sepolto il primo vescovo dl Verona, Euprepio. Intitolata al quarto vescovo, Procolo (inizi del IV secolo), la chiesa fu ampliata nel sec. IX. Più volte ristrutturata nel corso dei secoli, intorno alla metà del Settecento l'edificio fu molto rialzato con la conseguente creazione di una chiesa sotterranea. La chiesa, che storicamente funzionò come parrocchia e che aveva una vasta giurisdizione, fu soppressa nel 1806: i Francesi la trasformarono in teatro. Devastata dai bombardamenti del 1945, la chiesa fu risarcita nel dopoguerra e recentemente sottoposta a radicale restauro a cura della Banca Popolare di Verona.

La basilica di San Zeno è monumento troppo noto per parlarne in questi appunti alla scoperta della Verona "minore" e poco conosciuta. Pertanto il discorso si limiterà a qualche notizia sull'abbazia, che tra i secoli IX e XIII, fu il monastero più ricco e potente di Verona. In essa soggiornarono vari imperatori, come Ottone Il, Federico l e Federico III. Questi e altri sovrani, pontefici e principi, concessero o confermarono al monastero giurisdizioni feudali e privilegi vari.

Le fortune dell'abbazia cominciarono a declinare sotto la Signoria scaligera. I della Scala, infatti, privarono l'abbazia di molti possedimenti e la considerarono come un proprio feudo imponendo come abati sempre membri scelti nell'ambito della famiglia. Nel 1400 l’abbazia fu trasformata in commenda e nel 1425 la mensa abbaziale fu separata da quella monastica, popolata perlopiù da monaci tedeschi che vi rimasero fino al 1630. La pestilenza scoppiata in quell'anno decimò la comunità monastica, che in pratica si estinse. Dopo di allora fu stabilito che nel monastero potessero risiedere soltanto monaci della Repubblica di Venezia. Il monastero di San Zeno fu soppresso con decreto del 5 dicembre 1770 della Serenissima Repubblica: i beni furono in gran parte destinati all'Ospedale Civile di Verona. Agli inizi del secolo seguente ebbe inizio la devastazione degli edifici dell’ex- abbazia, che furono venduti a privati. Il 2 giugno 1831 crollò l'ultima parte dell'edificio già abbaziale, che era allora di proprietà del conte Francesco Morando.

Del grandioso complesso di un tempo oggi sorge ancora, sulla sinistra della basilica, la torre merlata in cotto, la cui costruzione fu avviata nel 1145 dall'abate Alberico a scopo difensivo: internamente alla torre vi sono interessanti lacerti di affreschi decorativi. Ma l’elemento architettonico che meglio ricorda lo splendore dell'antico monastero di San Zeno è il chiostro, che si apre all'inizio della fiancata settentrionale della basilica, recentemente restaurato per iniziativa della Banca Popolare di Verona.

Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1990

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