Da "ponte" Manin a Piazza Santo Spirito - Verona

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Da "ponte" Manin a Piazza Santo Spirito


Il rettifilo formato dalle vie Daniele Manin e Guglielmo Marconi corre parallelo allo stradone di Porta Palio tagliando in due il più popoloso dei quartieri cresciuti oltre la cinta delle mura comunali. Il primo tratto del gradiente stradale, appena lasciata Via Roma, fu intitolato a Daniele Manin, il noto patriota veneziano, all'indomani dell'annessione del Veneto al Regno d'Italia (1867).

La carreggiata percorre ancora il ponte costruito sul corso dell'Adigetto originariamente dedicato all'imperatore d’Austria Ferdinando prima che questi abdicasse, nel 1848, in favore del nipote Francesco Giuseppe. Sulla destra si vede ancora parzialmente l’alveo dell’Adigetto, in mezzo alla verzura del giardino interno di Palazzo Carli. Sulla sinistra, invece, superato l'anonimo edificio d'angolo, un sistema di scale dà accesso alla parte posteriore del Teatro Filarmonico (*), nel cui contesto sopravvive una piccola torre merlata della cinta muraria comunale, e al palazzo del Mutilato, tipico esempio d’architettura littoria.

Superato il "ponte" Manin, sulla sinistra sorge l’interessante fabbrica realizzata dall'architetto Ettore Fagiuoli nel 1919: si tratta di un raro esempio per Verona d’architettura industriale ispirata al gusto "Art Déco"; il nodo architettonico che lega tutta la struttura è dato dall'ampio portale d'ingresso, dove il Fagiuoli rivisita in chiave "Déco" moduli tradizionali dell'architettura rinascimentale veronese: vi ritornano mensoloni e modiglioni, nonché due clipei a motivi geometrici ornamentali.

Via Manin termina all'incrocio con vicolo S. Silvestro e piazzetta Arditi. Il nome del vicolo, che sbocca in largo Don Bosco all'inizio di stradone di Porta Palio, si estendeva, prima del 1867, anche all'odierna Via Manin e alla piazzetta Arditi, così ribattezzata nel primo dopoguerra. S. Silvestro fu la parrocchiale della vecchia contrada sin dall'età comunale: chiesa e monastero, che si trovano nella piazzetta, figurano in costruzione già nel 1158 sotto la giurisdizione dei Benedettini di S. Silvestro di Nonantola.

Il complesso subì varie trasformazioni, finché nel 1523 fu affidato alle cure della congregazione delle monache di S. Maria Mater Domini, che erano state costrette a lasciare il loro primitivo insediamento in Valdonega: a loro si deve l'innalzamento del campanile nel 1718.

Superato con difficoltà il periodo napoleonico, il complesso fu adibito agli inizi dell'Ottocento all'educazione delle giovani. Furono due nobili veronesi, le contesse Marianna Gherardi Sagramoso e Isotta Dal Pozzo Giuliari ad istituirvi un collegio articolato in due sezioni: quella delle "Pentite" e quella delle "Pericolanti".

Sul volgere del secolo scorso l'istituzione, ormai obsoleta, fu assunta in gestione dalla congregazione delle monache di Maria Bambina, che la trasformarono in convitto. Lungo vicolo S. Silvestro è degno di nota un seicentesco palazzo già Verità-Poeta di gusto classicistico.

Lasciata la piazzetta Arditi, che commemora il corpo speciale d’assalto istituito durante la prima guerra mondiale, ha inizio Via Marconi. Il toponimo originario era Via S. Caterina (dalla chiesa omonima che ancora vi si trova), mutato poi in via Cesare Lombroso e infine, nel 1937, alla morte di Marconi, in quello attuale in suo onore. La strada subì molti danni dai bombardamenti indiscriminati dell'ultima guerra, sicché solo in parte essa ha conservato l'aspetto originario fatto di piccole case a due o tre piani.

Sulla sinistra s’incontrano in successione le vie S. Antonio e Amatore Sciesa, che scendono in lieve pendenza verso Pradavalle. Il toponimo S. Antonio deriva dalla chiesa che sorgeva nel sito dell'odierno Palazzo Canal; l'intitolazione ad Amatore Sciesa, patriota milanese del Risorgimento, risale al 1871 e sostituì l’originario toponimo di vicolo Peràr, italianizzato in vicolo Pero: questa strada era in origine punteggiata di broli e solo in parte di piccole abitazioni.
Sul lato destro di Via Marconi si apre invece la via Teatro Ristori (*), che, dopo l'edificio teatrale oggi abbandonato, si biforca nei due vicoli Circolo e Valle che sboccano nello stradone di Porta Palio (*). Circa l'origine del teatro, si sa che nel 1838 tale Agostino Sardi fece erigere «una vasta baracca ad uso di spettacoli in genere» all'imbocco dei vicoli Circolo e Valle: la baracca fu chiamata "Teatro Sardi" dal suo proprietario. Nel 1850 la baracca, acquistata da tale Gaetano Zagolini, fu ristrutturata e ampliata in modo da poter accogliere fino a duemila persone. L'edificio rinnovato in forme più degne di un teatro fu intitolato Valle dal nome del vicolo adiacente. Il 7 febbraio 1856 il nuovo teatro fu inaugurato con la rappresentazione della "Maria Stuarda" di Federico Schiller nella traduzione di Andrea Maffei: interprete protagonista fu la celebre attrice drammatica Adelaide Ristori. Tale fu il successo dell'artista che il teatro le fu intitolato e, quand'ella morì, il suo nome passò anche all'antistante tratto di strada verso Via Marconi.

Poco oltre, sulla sinistra, sorge la chiesa di S. Caterina della Ruota (*), la cui graziosa facciata barocca fu costruita nel 1782 su disegno del bolognese Giuseppe Montanari e decorata con statue e simboli scolpiti dal veronese Francesco Zoppi. Nell'ex-convento un tempo annesso alla chiesa, nel 1812 fu allestito l'Ospedale civile, trasferito dalla poco felice fabbrica al centro della Bra’. Il grande complesso fu in buona parte bombardato nell'ultima guerra e al suo posto sorsero negli Anni Sessanta moderni edifici e nuove strade che congiungono Via Marconi con via della Valverde.

Sulla destra incontriamo ancora due toponimi curiosi: vicolo Ghiacciaia e vicolo Calcirelli. Per il primo non ci sono dubbi di interpretazione: vi doveva sorgere una "giassàra" per la conservazione temporanea delle lastre di ghiaccio trasportate in città da varie località della Lessinia. Per il secondo pare plausibile l’italianizzazione del veronese "calcirei", che significa "secchi di rame"; probabilmente in zona risiedeva una famiglia dedita alla fabbricazione e al commercio di questi utensili ed essa impose il proprio nome al vicolo.

Via Marconi sbocca nella Piazza Santo Spirito dove, fino alla conclusione della seconda guerra mondiale, sorgeva il monumento a Cesare Lombroso in seguito trasferito nel giardino pubblico al di là del Ponte Garibaldi (*). Sul Iato destro della piazza dove inizia Via Carmelitani Scalzi era stata edificata nel 1321 da certo Nascimbene da Marano una chiesetta dedicata alla Vergine, con annesso ricovero per pellegrini e infermi, detta S. Maria della Valverde. Il complesso resistette fino al 1806, quando fu confiscato dal demanio napoleonico: gli edifici furono successivamente demoliti per consentire la sistemazione del piazzale.

Analoga sorte toccò alla chiesetta di S. Giacomo di Galizia, che sorgeva, con annesso ospizio, al n. 5 di Via Carmelitani Scalzi: eretta nel 1642 da un certo Giacomo Pellizzari, anch'essa fu demolita nel 1806 e quindi venduta all'incanto; nel 1829 fu trasformata in casa di abitazione dall'acquirente, tale Bartolomeo Avesani.

AI n. 21 della Via Carmelitani Scalzi, prima dell'area un tempo occupata dal grande monastero di S. Bartolomeo della Levata, fu costruito, nella seconda metà del Settecento, un bel palazzetto giunto fino a noi; ne fu progettista Pietro Ceroni, marito della pittrice Maria Suppioti: la parte terrena, a bugnato, presenta un elegante portale centrale. Al primo piano si apre un balcone; paraste con capitelli ionici inquadrano finestroni sormontati da un timpano ad arco ribassato.

In Piazza Santo Spirito sbocca anche via della Valverde, un toponimo che, come quello del ricordato vicolo Valle, si rifà alla natura del terreno. In origine il toponimo era esteso a tutta l'area dell'attuale Via Carmelitani Scalzi, mentre buona parte dell'odierna via Valverde era intitolata a S. Antonio.

AI di là della piazza Santo Spirito, lungo una strada che si configurava come naturale prolungamento dell'odierna Via Marconi, e che portava fuori le Mura Scaligere attraverso la cosiddetta Porta del Calzaro, sorgeva sopra un leggero rialzo del terreno una chiesa intitolata al Santo Spirito, presso la quale, verso il 1200, fu fondato un monastero di Umiliati, promiscuo di frati e di monache.

Resa ben presto ricca di donazioni, in seguito a gravi disordini, verso il 1350 la comunità fu sciolta: i frati furono trasferiti a San Leonardo, mentre le monache, confluite nell'Ordine benedettino, rimasero a Santo Spirito. Nel 1360 la chiesa, ormai cadente, fu ricostruita grazie anche all'intervento di Taddea da Carrara, moglie di Mastino Il della Scala, signore di Verona. Nuovi interventi di ristrutturazione si registrarono nel 1488, nel 1596 e nel 1599, quando si pose sopra il campanile una statua di Angelo in bronzo.

Quando, il 26 giugno 1806, il delegato del demanio napoleonico prese possesso della chiesa e del convento già trasformato ad uso d’ospedale militare, le monache erano diciotto, assistite da tredici converse. Nel 1853 gli Austriaci demolirono interamente le antiche costruzioni per fare posto ad un grandioso complesso pure destinato ad Ospedale militare: una destinazione non ancora mutata.

Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1991

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