Da Piazza Erbe a Sant'Anastasia - Verona

Verona, Da Piazza Erbe a Sant'Anastasia: L'area su cui sorge Palazzo Maffei (*), che conclude il lato           nord-occidentale di Piazza Erbe (*), in età romana era occupata da un edificio ...
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Da Piazza Erbe a Sant'Anastasia


L'area su cui sorge Palazzo Maffei (*), che conclude il lato nord-occidentale di Piazza Erbe (*), in età romana era occupata da un edificio pubblico di notevoli dimensioni, che, secondo una recente ipotesi non confermata, potrebbe essere identificato con il Capitolium. Tralasciando il problema anagrafico dell'edificio, è certo che esso concorreva alla definizione monumentale dell'antico Foro. Sulla scorta di documenti d'archivio, si può affermare che nel Medio Evo esisteva sul luogo un edificio a loggia un po' arretrato rispetto alla facciata dell'attuale palazzo.

Antica proprietà dei Maffei di S. Benedetto, l'area fu trasformata con la costruzione del palazzo dai primi anni del Seicento: furono Marcantonio Maffei e suo nipote Rolandino ad impegnarsi nella costruzione della prestigiosa dimora. La fabbrica presenta tuttora numerosi punti oscuri: infatti, se ne ignorano la sequenza cronologica, l'autore, le successive fasi del progetto.

Limitandoci ai dati sicuri, possiamo affermare che la costruzione del palazzo procedette fino al 1668, come documenta un'epigrafe murata nel cortile d'ingresso. In essa si legge che Rolandino Maffei, attenendosi a quanto già era stato costruito per cura dello zio Marcantonio, che - tra l'altro - aveva voluto la singolare scala elicoidale, riedificò il palazzo facendone avanzare la facciata verso la piazza, adornandolo di statue e costruendovi una terrazza a tutta ampiezza destinata a giardino pensile.

Il piano terreno è scandito da cinque fornici bugnati; al primo piano si aprono, simmetricamente, cinque grandi finestre con balaustre, decorate con mascheroni nei timpani, distanziate da semicolonne ioniche. Il secondo piano ha finestre più piccole, fastosamente decorate e scandite da lesene e da tabelle epigrafiche. L'edificio è concluso da un'importante cornice, sopra la quale insiste una balaustrata, sormontata a sua volta da sei statue raffiguranti divinità pagane: da sinistra, Ercole, Giove, Venere, Mercurio, Apollo, Minerva. La statua di Ercole fu ricavata da un antico piedestallo di marmo pario trovato nel corso dello scavo delle fondazioni del palazzo; le altre statue sono scolpite in pietra locale.

La facciata del palazzo esprime pienamente il gusto barocco imperante verso la metà del Seicento: il nome dell'architetto progettista, ignoto, come si è detto, dovrà tuttavia essere ricercato tra i tardi seguaci della "scuola" sanmicheliana; i quali, pur operando in un diverso ambito storico ed estetico, continuavano a guardare alla lezione del maestro come a un esempio perfetto: Domenico Curtoni, Lelio e Vincenzo Pellesina, Francesco e Prospero Schiavi.

L'annotazione più curiosa relativa alla storia del palazzo si ricava dalla supplica inoltrata nel 1663 da Rolandino Maffei al Consiglio cittadino, con la quale egli chiedeva l'autorizzazione a effettuare un secondo allacciamento all'acquedotto pubblico per irrigare il giardino pensile allestito sulla gran terrazza sopra il palazzo: «non tanto - egli scrive - al privato comodo et gusto, quanto al pubblico servizio e decoro, (talché) li vasi d'acqua con ornamento di statue ed altri abbellimenti non tanto si potranno dir de' Maffei, quanto della Piazza medesima e di tutta la Città».

Rolandino Maffei, seguendo una consuetudine diffusa nelle residenze suburbane e nelle ville di campagna, aveva piantato sopra il proprio palazzo uno splendido agrumeto pensile, che non mancò di attirare l'attenzione di Johann Christoph Volkamer, in viaggio attraverso l'Italia settentrionale nel settimo decennio del sec. XVII per conoscere i giardini di agrumi che abbellivano le dimore di campagna. Le ricerche del Volkamer videro la luce nella splendida opera illustrata con rami incisi "Continuation Nurnbergischen Hesperidum", pubblicata a Norimberga da Johann Andreas Endter nel 1714, nella quale compaiono due tavole riservate all’illustrazione di Palazzo Maffei e del suo giardino pensile di agrumi. Leggendo il testo del Volkamer, si apprende che la coltivazione degli agrumi sopra la terrazza si prolungò solamente per alcuni decenni, forse finché visse Rolandino, perché già agli inizi del Settecento il giardino risulta in abbandono a causa delle eccessive infiltrazioni di umidità che danneggiavano l'edificio.

Corso S. Anastasia collega Piazza Erbe con piazza S. Anastasia: esso corrisponde al segmento del decumano massimo della città romana che dal Foro (piazza Erbe) raggiungeva l'Adige e il Ponte Postumio (*), crollato verso il Mille. Sin dalla fondazione di Verona, dunque, quest’arteria esercitò un ruolo primario nel tessuto urbano, ruolo che si è conservato nei secoli attraverso gli inevitabili mutamenti formali e funzionali. L'appellativo “corso” ebbe origine quando, nel Trecento, esso segnava il tragitto, all'interno della città, della corsa del Palio: per secoli, poi, l'appellativo fu usato assolutamente e unitariamente per l'intero asse stradale degli odierni corsi Cavour , Porta Borsari, S. Anastasia.

All'indomani dell'unificazione di Verona all'Italia (ottobre 1866), la toponomastica cittadina fu largamente rinnovata: allora questo tratto del "corso" fu intitolato a S. Anastasia, con un opportuno richiamo al più importante monumento che ne connota il tracciato. Nel 1907 l'amministrazione comunale mutò il toponimo dedicando il corso a Felice Cavallotti: il governo fascista, a sua volta, ne cambiò l'intitolazione con il nome di Francesco Crispi. Nel 1946 la nuova amministrazione comunale dell'Italia repubblicana ripristinò il toponimo originario.

Sull'angolo di Palazzo Maffei c'è un piccolo affresco votivo raffigurante la Madonna col Bambino: si tratta di un modesto dipinto della fine del Settecento ricomparso fortuitamente nel 1949 e da allora oggetto di devozione popolare.

Sulla destra s’innalza un fianco delle case dei Mazzanti (*), in origine anch'esso affrescato, come la facciata prospettante sulla piazza con una gigantesca figura di Laocoonte. Una lapide murata avverte che la storica dimora appartenne in origine agli Scaligeri e che Alberto I, signore di Verona tra il 1277 e il 1301, abitò in essa.

Subito appresso si apre uno scorcio di gran suggestione: è la breve Via Mazzanti, resa caratteristica dalla presenza della lunga scala esterna in pietra e per il bel puteale del 1478 che conclude il diverticolo.

La via delle Fogge, che segue, sempre sulla destra, conserva, murato nella casa d'angolo, un bassorilievo del secondo Quattrocento raffigurante la Madonna col Bambino. Il toponimo originario era Levà dei sarti, chiaramente dovuto alla presenza di botteghe artigiane per la confezione degli abiti. L'attuale toponimo "Fogge" è il risultato di un'aberrante italianizzazione del lemma dialettale "foze", sinonimo di ornamenti alla moda, che divenne prevalente nell'uso a partire dal Cinquecento.

AI n. 12 del corso si trova il palazzo della Prefettura, ricavato nel 1922 all'interno dell'edificio dell'antico albergo Torre di Londra, fino al secolo scorso il più lussuoso della città.

Dirimpetto si apre vicolo S. Cecilia, caratterizzato da una serie di archi trasversali di controspinta, retaggio delle strutture edilizie medioevali pressoché unico in Verona. Il toponimo ricorda l'esistenza della chiesetta di S. Cecilia, una delle quattro parrocchie in cui era divisa la contrada della Pigna. La chiesa sorgeva sul luogo del caseggiato oggi segnato con il civico n. 9, che s’interna brevemente a collegare il corso con vicolo Due Mori. I documenti più antichi relativi alla chiesa risalgono al sec. XI. In essa Paolo Caliarl detto Il Veronese sposò, il 26 aprile 1566, Elena Badile, figlia del pittore Antonio, che di Paolo era stato primo maestro. Soppressa e demaniata nel 1806, la chiesa di S. Cecilia fu venduta a privati e, quindi, nel 1854, trasformata in casa d’abitazione.

Da una porta all'angolo dell'edificio che sorge al n. 9 del vicolo, si accede ad un cortiletto dove sopravvivono i resti rinascimentali della sacrestia e della canonica, mentre ancora svetta il campanile romanico a corsi alternati di tufo e di cotto.

Ritornati sul corso, lo sguardo si allarga attraverso il vasto cortile attorno al quale sono disposti i palazzi costruiti in epoche successive dagli Scaligeri, ma giunti a noi profondamente rimaneggiati. Il corpo di fabbrica più significativo è la Loggia di Cansignorio (*), oggi sede della Prefettura, che ha conservato più degli altri corpi l'originaria fisionomia architettonica.

Di fronte alla cancellata che chiude il cortile, al n. 29 del corso, si erge un elegante palazzo del primo Rinascimento con facciata in cotto ma con portali e finestre in marmo rosso. Secondo la tradizione archeologica veronese, all'incrocio del corso con i vicoli Cavalletto e Due Mori, in età romana, sarebbe sorto un arco partizionale simile a quello dedicato a Giove Ammone (*) che occupava l'incrocio di Corso Porta Borsari con le vie Quattro Spade e S. Eufemia. La notizia, benché plausibile, non ha trovato finora riscontro sul terreno.

Sull'angolo di vicolo Cavalletto c'è un bell'altare tardo-gotico dedicato alla Madonna: l'affresco interno, benché restaurato, è ormai illeggibile. L'edificio che prospetta sul corso al n. 18 e che con un fianco prosegue lungo il vicolo Cavalletto rivela, sotto il rimaneggiamento di stile rinascimentale, numerose tracce dell'originaria struttura romanica. Il toponimo Cavalletto ricorda il nome e l'insegna di un'antica locanda in cui soggiornò il celebre scrittore francese Michel de Montaigne, il quale ne tramanda l'ottimo ricordo personale citandola nel suo "Journal du voyage en Italie en 1580-1581". L'albergo, che nel 1536 aveva ospitato anche il duca di Baviera, giunto a Verona con numeroso seguito, occupava il fabbricato all'angolo con Via S. Maria in Chiavica. Anche il toponimo Due Mori deriva dall'insegna di un'osteria, ricordata in un documento del 1641.

In fondo al corso, al n. 38, casa Bevilacqua, che nel giardino interno conserva un bel pozzo rinascimentale, vanta una gloriosa memoria storica: in essa, infatti, dimorò il figlio di Dante, Pietro Alighieri, che a Verona aveva fissato la propria residenza esercitandovi la professione di giudice.

Piazza S. Anastasia è ricca di monumenti importanti, dalla gran chiesa all'arca di Guglielmo da Castelbarco (*), alla chiesetta di S. Pietro Martire detta usualmente "San Giorgetto" (*). Noi vi coglieremo solamente qualche curiosità. In età scaligera, nel sito dell'albergo "Due Torri", sorgeva un grande edificio dove erano acquartierati i cavalieri brandeburghesi, una sorta di milizia mercenaria al servizio dei Signori di Verona. Nel 1888, nel centro della piazza, fu eretto il monumento commemorativo di Paolo Veronese: nel 1911 esso fu trasferito all'inizio di lungadige Redentore nel giardino pubblico della "Giàrina", dove tuttora si trova.

La notizia forse più sorprendente è che, fino ai primi anni dell'Ottocento, il livello della piazza era molto più elevato di quello attuale, come bene rivela la quota della soglia del portale d'ingresso della chiesa di S. Pietro Martire su Via Abramo Massalongo (ora murato per ovvi motivi d’inagibilità).

Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1991

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