Stradone Maffei, Via San Pietro Incarnario, Via Ponte Rofiolo - Verona

Verona, Stradone Maffei, Via San Pietro Incarnario, Via Ponte Rofiolo: Stradone Scipione Maffei, già Via San Pietro Incarnario, raccorda l'asse stradale via Pallone-via degli Alpini con lo stradone San Fermo. 

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Stradone Maffei, Via San Pietro Incarnario, Via Ponte Rofiolo


Stradone Scipione Maffei, già Via San Pietro Incarnario, raccorda l'asse stradale via Pallone-via degli Alpini con lo stradone San Fermo.

Il breve gradiente è pressoché interamente occupato sul lato destro dal grandioso Palazzo Da Lisca, già Ridolfi. Si tratta di una costruzione della prima metà del Cinquecento, tradizionalmente attribuita all'architetto Bernardino Brugnoli, nipote di Michele Sanmicheli, modificata in varie epoche e profondamente rimaneggiata nel secolo scorso, quando ne furono alterati l'altezza con la sopraelevazione di un terzo piano fuori terra e con l'ampliamento del perimetro originario.

Distrutto internamente da razzi incendiari nella notte sul 23 febbraio 1945, con la sola e parziale eccezione del salone centrale affrescato da Domenico Brusasorzi, l'edificio è proprietà dell'Amministrazione Provinciale, che nel 1952 v’insediò il Liceo Scientifico intitolato ad Angelo Messedaglia. Il palazzo ha pure rilevanza storica: nel 1797 vi si riunì il Consiglio di guerra francese che processò e condannò alla pena capitale i martiri delle Pasque Veronesi Francesco Emilei, Augusto Verità e Giambattista Malenza; nel 1822, durante i mesi del famoso Congresso della Santa Alleanza, vi fu ospitato, assieme al seguito, il visconte di Montmorency, capo della delegazione francese al Congresso.

A livello del marciapiedi, si trova murata una lapide in latino che ricorda come nel 1819 fu rintracciato e coperto il canale di scolo delle acque piovane costruito dai Romani tra l’Arena (*) e l’Adige. Le finestre del piano rialzato hanno luci rettangolari con cornici di tufo legate da bozze, mentre quelle del piano nobile sono centinate. I due balconi in pietra con parapetto a balaustri "sanmicheliani", che sporgono simmetrici dagli angoli della facciata, sono da considerarsi aggiunte ottocentesche. Dell'edificio originale rimane, invece, il portale centrale, ad arco a bugnato rustico con la serraglia molto aggettante; su di essa fu scolpito, dopo il 1890, lo stemma Da Lisca. L'arco è inquadrato da a due colonne tuscaniche, scanalate e legate da bozze rustiche, che sostengono un timpano insolitamente spezzato per consentire l’inserzione di un bassorilievo raffigurante "il ratto di Europa", simmetricamente fiancheggiato da due erme e sormontato da un cartiglio con iscrizione binaria in caratteri greci. Esternamente all'edificio, sul fianco prospettante Via Pallone - dove è stata ricavata la palestra annessa all'edificio scolastico, che ha occupato l'area un tempo del giardino del palazzo - fu murato il portale sanmicheliano trasferito dal palazzo Fiorio dai Fiori al Ponte Nuovo (*), demolito nel 1890, dopo la costruzione dei muraglioni, poiché anch'esso era proprietà dei Da Lisca.

All'interno del palazzo si trova lo splendido salone - oggi aula magna del Liceo - i cui muri perimetrali, affrescati dal Brusasorzi, si salvarono miracolosamente dalla distruzione. Il salone, di pianta rettangolare, è irregolare, poiché le pareti lunghe misurano rispettivamente metri 12,80 e metri 13,40, mentre quelle corte sono lunghe, rispettivamente, metri 6,60 e metri 7,40. Nel 1950, nell'ambito del ripristino post-bellico, il salone, il cui soffitto era stato distrutto, fu ricoperto dall'infelice arrangiamento di due soffitti in legno carenati del tardo Quattrocento, provenienti entrambi da casa Scopoli di vicolo Borgo Tascherio numero 33. Il salone è decorato da un fregio pittorico che si spiega per una lunghezza complessiva di quaranta metri ed è alto metri 2,30: su tre lati (i due lunghi e quello corto, dal quale si accede al vano) si sviluppa la "Cavalcata di Carlo V e di Clemente VII", mentre nella parete di fondo, interrotta da un solenne camino, si dispongono scene di genere. Autore degli affreschi fu - come si è detto - Domenico Brusasorzi (1515-1567).

Il tema prescelto per il fregio era stato trattato da altri artisti in vari palazzi d'Italia; ma l’affresco del Brusasorzi fu lodato sopra tutti da Giorgio Vasari e a Verona riscosse un gran successo tanto da essere fatto oggetto di imitazioni da parte di altri pittori del tardo-Cinquecento. Del resto è nota l'importanza dell'avvenimento storico raffigurato. La celebre "Cavalcata" si svolse in Bologna il 24 febbraio 1530 in occasione dell'incoronazione di Carlo V a imperatore e re d'Italia da parte di Clemente VII, che consentì il ritorno, anche se effimero, della pace in Italia e in Europa dopo la guerra cosiddetta della Lega Santa o di Cognac tra Carlo V e la Francia. Sul lato corto tra le finestre si staglia il gran camino con la cappa decorata a stucchi, dove, tra volute e cartigli, compare una Venere affiancata da due Amorini. L'opera è attribuita a Bartolomeo Ridolfi, decoratore e stuccatore di fama, che lavorò assieme a maestri come Paolo Veronese e Andrea Palladio.

Il lato opposto dello stradone Maffei presenta in successione tre edifici. In angolo con via degli Alpini si trova il grandioso Palazzo Terzi (poi Ferri), di stile neoclassico e ripristinato nel secondo dopoguerra: i ritratti che scandiscono le chiavi degli archi terreni sono quelli dei benefattori del vecchio Ospedale della Misericordia che sorgeva in mezzo alla Bra’ e che fu demolito nel 1819. Segue il Palazzo Gianfilippi (poi Milani) del tardo Cinquecento con gran portale fiancheggiato da mensoloni rovesci, connotato dal forte aggetto dello sporto di gronda e da un monumentale camino. Il terzo edificio, il più antico di impianto, è una massiccia costruzione del secolo XIII in cotto con finestre in tufo.

Agli inizi del secolo XVI esso fu trasformato: di quel periodo sono le finestre, con stipiti e modiglioni in marmo rosso e il bellissimo portale, attribuito alla bottega di Domenico da Lugo, decorato con armi e trofei alternati a tabelle epigrafiche con i seguenti motti: "arcus qualis - laetitiae paci".

L'edificio conserva i resti di una merlatura ghibellina; nel giardino retrostante si conserva una vera da pozzo che originariamente si trovava in fondo al grande atrio d'ingresso. Il palazzo appartenne ai Dal Verme, fu poi dei Gattamelata, passò quindi alla famiglia Da Monte finche pervenne in eredità ai Maffei di San Pietro Incarnario; vi visse - e vi morì, l'undici febbraio 1755 - Scipione Maffei.

Una torretta in cotto s’innalza al centro del tetto: essa era stata adibita dal Maffei o dal suo dotto segretario Francesco Seguier a osservatorio astronomico.

Sul volgere del secolo scorso il palazzo passò in proprietà della famiglia Lebrecht, un membro della quale, Danilo, è noto nella repubblica delle lettere con lo pseudonimo di Lorenzo Montano. La trasformazione rinascimentale dell'edificio fu ordinata dai Da Monte, nella cui cappella gentilizia in Santa Maria della Scala (*) venne sepolto Scipione Maffei.

Sulla destra dello stradone si apre la via San Pietro Incarnario, che conserva il nome della contrada medioevale: vi si nota un interessante esempio di casa-torre con i muri in controscarpa, residuo di una trecentesca torre in seguito abbassata e trasformata in casa di abitazione.

Poco oltre, al civico numero 2, si trova casa Cavalli-Lavezzola-Parma-Pasquini con la facciata affrescata da Nicola Giolfino (Verona, - 1476-1555). La costruzione, modesta quanto a struttura architettonica, appartenne in origine al fisico e medico Francesco Cavalli, che nel 1505 commise gli affreschi. Nel 1542 l'edificio fu venduto ai Lavezzola, quindi passò ereditariamente ai Parma, che fecero dipingere il loro stemma tra le due finestre centrali del piano superiore. La facciata dipinta presenta un notevole interesse. Il registro superiore è interessato da un fregio continuo sotto gronda a grottesche monocrome con due putti entro clipei policromi e un terzo putto in posizione centrale sopra le due finestre di mezzo del piano superiore. Negli intervalli tra le due finestre del piano superiore si vedono quattro figure monocrome: in successione esse rappresentano Venere con Amore, Saturno armato di falce, Mercurio con verghetta e caduceo, Diana con l'arco e uno spicchio di luna sul capo (allusivo della valenza selenica del culto della dea). Il secondo registro presenta in tre finte nicchie sopra le finestre altre tre figure monocrome, nelle quali si riconoscono, da sinistra, Marte armato di lancia, Giove con il fascio delle saette nella mano e, accanto, l'attributo dell'aquila, e Apollo musico. Alle estremità del piano nobile, in corrispondenza con l'allineamento delle finestre, comparivano due figure erette, che secondo le fonti rappresentavano, rispettivamente, una Baccante e un Satiro appoggiato a una vanga. Nei due intervalli tra le due finestre del piano nobile e per tutta la sua altezza si sviluppano le due scene principali della decorazione pittorica della facciata, che sono in policromia. Esse si aprono come due varchi nel muro: l’illusione ottica è accentuata grazie all'adozione da parte del pittore di un punto di osservazione leggermente di scorcio rispetto all'asse della facciata.

L'interpretazione delle scene non è esente da incertezze, ma la presenza congiunta dell'astrolabio in quella di sinistra e della Luna, indicata ai suoi compagni da un uomo In quella di destra, fanno pensare a un significato astrologico. La figura di sinistra potrebbe rappresentare Tolomeo con il suo astrolabio, detto anche sfera tolemaica; la scena di destra potrebbe rappresentare la spiegazione delle fasi lunari.

Questa spiegazione concorda con il significato allegorico delle sette figure monocrome soprastanti, che rappresentano tutte divinità planetarie preposte, ciascuna, ai sette giorni della settimana (Venere = venerdì; Saturno = sabato; Mercurio = mercoledì; Diana-Luna = lunedì; Marte = martedì; Giove = giovedì; Apollo, in quanto divinità solare = domenica, il giorno del Sole).

La via San Pietro Incarnario è posta in comunicazione con via Pallone attraverso la breve via Terre (al termine della quale è stato portato in quota un tratto dell'originaria pavimentazione romana sottostante) e attraverso l'ampia via Ponte Rofiolo.

Il toponimo Rofiolo è di incerto significato, mentre il nome Ponte ricorda la presenza, al di là delle mura del pallone, di un ponticello che varcava il corso dell'Adigetto, che scorreva da Castelvecchio (*) al vicino Ponte Aleardi (*).

Al numero 3 della via sorge l’interessante complesso di gusto neoclassico di palazzo Galizzioli (alterato per l'aggiunta di un'ala). Insolita nell'architettura veronese è la soluzione di un corpo circolare nell'angolo di incontro dei due lati della facciata concluso da un'altana con colonne. Va segnalato nel cortile il bel pozzetto rinascimentale decorato con festoni e nastri.

AI civico numero 6 si erge la mole di palazzo Fracastoro (poi Rubinelli) costruito sul finire del Settecento dall'architetto Adriano Cristofali. Il vasto atrio d'ingresso conduce in un cortile dove si trova un raro esemplare di pozzo decorato del Rinascimento.

Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1994

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