Via Leoncino - Verona

Verona, Via Leoncino: II toponimo Leoncino è un’evidente derivazione per diminutivo dalla vicina Via Leoni. Nel 1708 esisteva pure un'osteria, verso la Bra’, all'insegna ...
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Via Leoncino


II toponimo Leoncino è un’evidente derivazione per diminutivo dalla vicina Via Leoni. Nel 1708 esisteva pure un'osteria, verso la Bra’, all'insegna del "Leoncin d'Oro".

L'asse stradale trae origine dal vallo che si apriva di là dalla cinta muraria romana, che, staccandosi dalla Porta dei Leoni (*), correva fino all’incrocio con Via Pietro Frattini (mura tardo-repubblicane); il successivo rifacimento delle difese per iniziativa dell'imperatore Gallieno (65 d.C.), avanzato di qualche metro rispetto alla preesistente cortina, fu prolungato fino ad inglobare l'Anfiteatro: un tratto di codeste mura è ancora visibile al termine della Via Leoncino nella piazzetta intitolata appunto Mura di Gallieno (*). Parecchi resti di mura romane si trovano inglobati negli edifici del lato destro della via (numeri pari).

Dal secolo XII la via, ormai compresa entro la cinta delle mura comunali, appartenne al cosiddetto Quartiere Maggiore ed era divisa tra le contrade di San Fermo e di San Pietro Incarnario. Essa ricevette l'assetto monumentale che ancora la distingue a partire dal Cinquecento quando furono costruiti alcuni palazzi signorili.

Percorrendo la strada dal suo inizio, a metà circa di Via Leoni, s’incontrano subito due edifici di gran rilievo che sorgono quasi affrontati: sulla destra, al civico numero 6, Palazzo Erbisti e dirimpetto, al numero 5, palazzo Pindemonte.

Il primo edificio, già della famiglia Salvi, è una grandiosa opera dell'architetto Adriano Cristofali (metà secolo XVIII). Lo scalone a due rampe che conduce al piano nobile ha un'impostazione scenografica di grande effetto. Notevole pure il prospetto architettonico interno con balconata continua. Le sale del primo piano sono decorate con stucchi e affreschi: di particolare rilievo è il soffitto del salone centrale dipinto da Giorgio Anselmi. Durante il Congresso di Verona delle potenze della Santa Alleanza dell'autunno 1822, il palazzo ospitò l'imperatore d'Austria Francesco l (gli Erbisti, forse paghi della crescita d'immagine dovuta alla presenza dell'illustre ospite, furono gli unici in Verona a concedere gratuitamente l'uso del loro palazzo). Passato in proprietà del Comune di Verona, l'edificio ospita oggi l'Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere. Attigua, al civico numero 4, vi è una modesta costruzione annessa al palazzo nota come casino Salvi-Erbisti sulla cui facciata Michelangelo Aliprandi (seconda metà del Cinquecento) aveva affrescato alcune scene sacre ("Adamo ed Eva", l’"Annunciazione", la "Resurrezione di Cristo").

Palazzo Pindemonte, che sorge al numero 5 della via, è un'armonica costruzione della metà del Cinquecento. Appartenne ai Pindemonte fino agli inizi del Seicento. Nel 1783 fu acquistato dagli Ongania e in seguito dai Bentegodi. S’ignora il committente della costruzione e della decorazione pittorica della facciata. Il prospetto dell'edificio è rimasto sostanzialmente integro, se si esclude l'inserimento, dopo il 1783, sopra il portale d'ingresso, del balcone. Sul parapetto campeggia lo stemma degli Ongania. La facciata fu progettata insieme con la decorazione pittorica, che si armonizza perfettamente con le membrature architettoniche. A dipingere la facciata fu chiamato Giovanni Battista Dal Moro (Verona, 1514-1573 ca.).

In corrispondenza con il mezzanino, nei riquadri tra le mensole, si leggono varie scene ludiche con putti, eseguite in monocromia, colore ocra con forti lumeggiature. Lo stemma che campeggia nel riquadro centrale non è chiaramente leggibile. In corrispondenza con il piano nobile, sopra i coronamenti delle finestre, sono disposte, a modo di fregio continuo, figure di satiri sdraiati intervallate da putti in posizione stante che reggono ghirlande di frutta. Gli spazi tra gli intervalli delle finestre sono divisi in sei metope e in sei finte nicchie, entro ognuna delle quali sta una figura.

Le sei metope monocrome danno vita a una sorta di fregio continuo: vi si leggono, da sinistra, un paio di scene di caccia al cinghiale e altre scene popolate da satiri. Le sei finte nicchie sottostanti ospitano ciascuna una figura monocroma: da sinistra si leggono le figurazioni allegoriche della Concordia con una melagrana, di Giunone con un pavone, di Mercurio che calpesta il vinto Argo, di Ercole che coglie le mele del giardino delle Esperidi (gli unici elementi colorati), dell'Industria con un caduceo e, infine, della Pace.

La decorazione del piano nobile è conclusa da un fregio continuo con putti che combattono alcune fiere in mezzo a grossi viticci. In corrispondenza del piano terreno la facciata è dipinta a finto bugnato rustico e, sopra ciascuna finestra, sta un mascherone a modo di serraglia. Tra le finestre si aprono le scene principali di tutta la decorazione pittorica della facciata. Da sinistra si leggono l'Incontro di Vetturia e Coriolano, Soldati romani in adorazione di un simulacro di Giove, il Sacrificio di un cervo davanti a un simulacro di Diana e, da ultimo, la scena biblica dell'Incontro tra Salomone e la Regina di Saba.

In angolo con la Via Luigi Flangini, dalla quale si gode uno splendido scorcio del portale laterale della Chiesa di San Fermo (*), sorge Palazzo Murari della Corte Bra’: si tratta di un'interessante costruzione del tardo-Cinquecento che prospetta su via Flangini. Il paramento esterno è sostanzialmente monotòno, mentre all'interno del cortile del palazzo si trovano alcuni elementi interessanti: una vasca, lo stemma dei Murari, una balaustra con le statue di Cerere, Apollo e Diana. Il toponimo ricorda il frate cappuccino Luigi Flangini, che godeva di larga popolarità specialmente tra i poveri della città: accusato dai Francesi occupanti di avere fomentato i disordini che culminarono con la rivolta delle "Pasque Veronesi", il 7 giugno 1797 egli venne fucilato sugli spalti di Porta Nuova.

Riprendendo il percorso lungo Via Leoncino, al numero 10 s’incontra casa De Stefani, elegante architettura della seconda metà dell'Ottocento progettata da Francesco Baserla e arricchita di elementi decorativi realizzati da Salesio Pegrassi (all'interno del cortile sono visibili resti delle mura di Gallieno).

Dirimpetto, al numero 9, sorge Palazzo Dionisi. La costruzione è improntata a un gusto rinascimentale, ma fu rimaneggiata (soprattutto nella parte lapidea) nel 1844 dall'ing. Guglielmi. Nella chiave del portale campeggia lo stemma dei Dionisi. L'atrio è particolarmente ampio: un medaglione ricorda lo studioso Gian Giacomo Dionisi (1724-1809). Uno scalone conduce al piano nobile dove si trovano stanze decorate a stucchi neoclassici.

I numeri civici 12 e 14 corrispondono internamente a due cortili del gran palazzo già Sagramoso, bombardato durante l'ultimo conflitto e in parte ricostruito "ex-novo" (n. 14). All’interno si trovano interessanti resti delle mura romane. La facciata della parte originaria della costruzione, progettata verso la metà dell'Ottocento dall'ing. Gerolamo Caliari, presenta interessanti ringhiere decorate.

Il rettifilo stradale è interrotto dall'incrocio con Via Giovanni Malenza, un cittadino sostenitore del governo Veneto fucilato dai Francesi il 18 maggio 1797 per avere, durante la rivolta delle "Pasque Veronesi", fatto evadere di prigione gruppi di cittadini e per averli guidati contro gli occupanti.

In angolo con Via San Cosimo, con ingresso al numero 16 di via Leoncino, sorge il palazzo già Albertini, poi Giusti del Giardino, formato da due distinti corpi di fabbrica separati da un cortile che in origine era area pubblica; esso segnava il confine tra le contrade di San Fermo Maggiore e di San Pietro Incarnario. A coronamento del muro esterno sulla via, corre una loggetta con graziosi putti settecenteschi, mentre ai lati del portale sono murati i medaglioni raffiguranti, rispettivamente, Dante e Petrarca.

Dirimpetto, al numero 13, si trova Palazzo Serego-Alighieri, poi Milla. Di notevoli proporzioni e di linee baroccheggianti, esso è opera dell'architetto Luigi Trezza (1753-1824), allievo del Cristofali e ammiratore del Sanmicheli. Costruito sull'area della vecchia dimora dei Serego-Alighieri discendenti di Dante, l'edificio si presenta con un grandioso atrio adorno di statue, un solenne scalone e un grandioso vestibolo al piano nobile. La statua del poeta è opera dello scultore Francesco Zoppi (secolo XVIII). La facciata è ben disegnata, soprattutto nel corpo centrale, ove spicca il gran portale con colonne ioniche bugnate in armonia con le finestre terrene. Sulla sinistra dell'edificio si trova un cortile recintato da un'alta muraglia merlata.

AI numero 20 sorge l’elegante palazzina Remondino, ripristinata nella facciata che era stata distrutta dai bombardamenti dell'ultimo conflitto mondiale. Il portale ripete l'originale del tardo Quattrocento con paraste decorate a festoni di frutta.

AI numero 19 sorge casa Sambonifacio, una possente costruzione cinquecentesca che fu dei Malfer; semidistrutta dalla guerra e ricostruita nel 1947 con parte degli elementi originali, essa conserva murata in facciata una problematica iscrizione latina che recita "petre / custodi / DNO plebe tua". Alcuni ambienti interni conservano tracce della decorazione affrescata del Cinquecento (Paolo Farinati).

Proseguendo verso la Bra’ (*), Via Leoncino presenta edifici di impianto più semplice e in buona parte sobriamente ristrutturati nel secolo scorso e nuovamente negli ultimi decenni dopo i danni bellici. Fa eccezione Palazzo Vanzetti, al numero 26; è un edificio seicentesco con gran portale bugnato e una bella testa di Medusa nella serraglia. AI primo piano si apre un'elegante trifora.

Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1994

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