Da Via Santa Chiara al Ponte Pietra - Verona

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Da Via Santa Chiara al Ponte Pietra


Via Santa Chiara, che prosegue lungo il rettifilo impostato dalle vie Giardino Giusti (*) e Santa Maria in Organo (*), prende il nome dal titolo della chiesa – dedicata appunto a Santa Chiara (*) – che vi si affaccia e che apparteneva fino a pochi decenni or sono al monastero delle suore Sacramentine dell'Adorazione Perpetua, trasferitesi a San Fidenzio sopra la Valpantena.

La chiesa fu costruita nel 1424 per l'iniziativa d’alcuni nobili veronesi desiderosi di avere in città un monastero di francescane. Il monastero veronese trasse origine da quello mantovano del Corpus Domini. La data 1453, che si legge incisa sul portale della chiesa, può essere assunta come ultimativa del cantiere dato che l'anno seguente l'altare maggiore veniva consacrato.

L’aspetto della facciata dichiara tuttora la matrice tardo-gotica della costruzione: la facciata in cotto è priva di rivestimento, il portale di pietra è ad ogiva, la lunetta raffigura a bassorilievo la santa titolare in atto di accogliere le monache, tre belle finestre ad arco trilobato scandiscono il paramento della facciata.

La chiesa, sconsacrata dopo l'uscita delle suore e passata nella proprietà del Comune, conserva un altare affrescato da Michele da Verona e da Francesco Morone. Va inoltre segnalato un affresco, molto rimaneggiato di Domenico Brusasorzi raffigurante un Cristo che appare da un cielo.

Le monache di Santa Chiara si guadagnarono in breve grande reputazione in città, tanto che ad esse venne affidata la cassa del Monte di Pietà per essere custodita al sicuro. La tradizione popolare attribuì alla pietà delle monache la presenza nella loro chiesa di un Crocefisso miracoloso e di un'immagine di Gesù morto e sepolto che stava sotto la mensa dell'altare a Lui dedicato, anch'essa in fama di prodigio.

Sulla destra risale il versante della collina di San Giovanni il vicolo Borgo Tascherio (*), che si snoda con andamento curvilineo tra antiche case: al numero 13 si trova affrescata una Crocifissione settecentesca di Domenico Zanconti.

Il toponimo Tascherio trae origine dalla figura del tasquerius, cioè il collettore delle "tasche", ossia delle tasse imposte in natura a tutti coloro che entravano in città dalla vicina Porta Organa (*), di fondazione romana, i cui resti archeologici, già segnalati da Ludovico Moscardo nella sua Historia di Verona del 1668, sono riapparsi recentemente sotto un edificio di via Redentore.

Secondo la tradizione locale in questa zona sorgeva il Palatium di Teodorico, re degli ostrogoti morto nel 526, nonché la sede del duca longobardo che spiegherebbe l'antico toponimo di “Corte del duca” (*) per il vasto terreno cintato, appartenuto alle monache clarisse e da esse coltivato ad orto.

Alla sommità del vicolo appare in tutta la sua bellezza la romanica Chiesa di San Giovanni in Valle (*) con i resti del chiostro e della casa canonicale, tutti risalenti al secolo XII. La fondazione della chiesa risale addirittura all'età paleocristiana: quasi certamente essa sorse sull'area di un tempio pagano dedicato al Sole. Forse non è casuale l’intitolazione a San Giovanni Battista, la cui festa cade il 24 giugno, cioè nel solstizio d'estate, sacro appunto al sole. Fino al primo dopoguerra il popolo si recava alla vicina Fontana del Ferro nella notte del 24 giugno per celebrare la ricorrenza religiosa con una festa all'aperto.

Della primitiva chiesa di San Giovanni in Valle – distrutta dal terremoto del 1117 – si conservano alcune testimonianze, tra cui spiccano i due grandi sarcofagi marmorei conservati nella cripta della chiesa.

Dalla chiesa di San Giovanni si risale alla vicina piazza Cisterna (*), simile a un "campiello" veneziano, al centro della quale si vede ancora la grande cisterna che un tempo raccoglieva l'acqua che scendeva dalla non lontana Fontana del Ferro (*), a servizio degli abitanti del popolare rione.

La cisterna fu costruita verso la metà del Quattrocento, e da essa partiva la tubazione che alimentava il monastero di Santa Chiara. Essa rimase in funzione per alcuni anni anche dopo la costruzione dell'acquedotto (1887).

Dalla piazza il percorso procede in direzione di via Fontana di Ferro, di cui si è già, accennato. Per quanto riguarda il toponimo non c'è sicura spiegazione: senz'altro va escluso qualsiasi riferimento alla qualità organica dell'acqua, che non è davvero ferruginosa; possibile appare la derivazione del toponimo dalla corruzione del nome della dea Feronia o Fers, divinità della rinascita, in accordo con il carattere mistico del luogo dove – come si è visto – era tradizione festeggiare il solstizio d'estate.

Più ripidamente s'inerpica sulla collina la salita Fontana di Ferro lambendo il colle di San Pietro (*). Qui sorge l'Ostello della gioventù nella Villa Francescatti (*). La nobile dimora appartenne in origine alla famiglia degli Zenobi, quindi degli Odoli, degli Algarotti, dei Bovio, dei Palazzoli e infine dei Francescatti. Più volte ristrutturata nel corso dei secoli, essa ha perduto ormai ogni traccia dell'impianto originario cinquecentesco.

L’elemento di maggiore interesse di tutto il complesso era costituito dal grande giardino all'italiana che vi sorgeva, immortalato in una tavola del Libro delle Esperidi del naturalista tedesco Johan Christian Volkamer (1714).

Il parco e le serre – dove si coltivavano piante di agrumi, oggi scomparse – erano stati organizzati su terrazze che potrebbero essere di origine romana e dipendere, in qualche misura, da tutta la sistemazione scenografica della collina di San Pietro, operata dal Romani in correlazione con la costruzione del Teatro.

Scendendo a valle lungo via San Giovanni in Valle si ha modo di osservare resti di antichi edifici di impianto medievale che delimitano la cosiddetta “Corte del duca” (*). Sulla sinistra si incontra vicolo Pozzo, che conduce in via Scala Santa. Il toponimo del vicolo deriva dal nome di un maestro muratore, tale Francesco Pozzo: al numero civico 1 si accede all'Istituto Missioni Africane, già Casa madre dell'ordine dei "Figli del Sacro Cuore" fondato nel 1867 da monsignor Daniele Comboni. L’edificio ospita oggi un piccolo “Museo africano”, una biblioteca specializzata e la redazione della rivista Nigrizia.

Da vicolo Pozzo una strada in salita conduce a San Zeno in Monte (*): la scalinata della via è detta "santa" per le stazioni della Via Crucis infisse nella parete sottostante l'Istituto Buoni Fanciulli, fondato da San Giovanni Calabria. Durante la Settimana Santa i fedeli della pieve di San Giovanni in Valle risalgono in preghiera la Scala Santa. In vicolo Scala Santa sorge palazzo Placenta Berna, costruito verso la fine del XVI secolo; sotto la gronda corre un fregio monocromo raffigurante divinità fluviali di ignota mano.

Ridiscesi in via Santa Chiara, si procede verso via Redentore, al numero civico 2 della quale sta palazzo Rambaldi (poi Reggio, Pegoraro, Pavesi) con un bel porticato terreno visibile dalla strada e finestre cinquecentesche al primo piano: il palazzo ha un magnifico scalone barocco con loggiato aperto verso il giardino interno.

Il toponimo Redentore, che interessa - oltre alla via - le regaste, da piazzetta Martiri della Libertà a Ponte Pietra (*), e l'lnterrato (da Ponte Pietra a piazza Fra' Giovanni, meglio nota come "giarìna"), trae origine dal titolo di una chiesa conventuale detta di Santa Maria di Reggio. Fondatrici ne furono, nel 1587, alcune devote, dette "dimesse", che costruirono la loro sede a ridosso della chiesetta di San Faustino (*).

Nel 1669 le "dimesse" si trasferirono in San Giorgio in Braida (*) e nella loro sede originaria subentrarono le monache Convertite, che vestivano l'abito delle Lateranensi; esse ampliarono la chiesa e nel 1675 la riconsacrarono sotto il nome di Cristo Redentore. Il complesso monastico del Redentore, compresa la chiesa, fu soppresso nel 1806. L’ex-chiesa subì varie trasformazioni e vari utilizzi.

Con la costruzione dei muraglioni è scomparsa la "regasta", cioè la fila di pali infissa nel letto del fiume, da cui partiva quel canale dell’Adige detto dell'Acqua Morta. Come ha scoperto Luciano Rognini, presso queste regaste avevano casa e bottega Agostino e Domenico Brusasorzi, padre e figlio, noti pittori del Cinquecento.

Sulla sinistra di via Redentore un breve vicolo ricorda il titolo della chiesa di San Faustino, di cui sono ancora in parte visibili le strutture esterne. La chiesa era di origine molto antica: le case adiacenti servirono il monastero abitato da nove monache provenienti dal convento di Santo Spirito nell'anno 1488. Il piccolo ritiro cessò nel 1584, quando le monache si trasferirono in San Bartolomeo della Levata agli Scalzi. La chiesa di San Faustino divenne allora parrocchia. La storia del complesso si intreccia con quella del vicino luogo di Santa Maria di Reggio-Redentore e, come questo, finì soppresso nel 1806.

Sulla destra di via Redentore, ormai in prossimità del Teatro Romano, si apre la piazzetta Martiri della Libertà (*), che lega il proprio nome al ricordo della situazione politica creatasi dopo l'8 Settembre 1943.

In un’ex-caserma dei carabinieri che si affacciava sulla piazzetta fu ricavata una prigione alle dirette dipendenze dell'U.P.I. (Ufficio Politico Investigativo), dove furono rinchiusi alcuni partigiani veronesi, tra cui spicca il nome della Medaglia d'oro colonnello degli Alpini Giovanni Fincato.

La piazzetta è un ottimo osservatorio dei ruderi del settore orientale del Teatro Romano (*), al quale si accede dall'edificio che reca il numero civico 2 di Regaste Redentore. Esso corrisponde al parascenio orientale del Teatro, sulle cui rovine fu impostata la costruzione medievale rimaneggiata nei secoli XVI e XVII, che conserva nel sottogronda un fregio affrescato con motivi di anfore, girali e figure fantastiche.

Costeggiando il muro di recinzione dell'area archeologica del Teatro Romano si raggiunge vicolo Botte. Il toponimo deriva da una fontana a forma di botte rovesciata, tuttora esistente a mezza costa lungo le pendici della collina: l'acqua che zampillava dalla "Botte" ebbe fama taumaturgica, poiché il sito della fontana rientrava sotto la giurisdizione dei frati Gerolimini che abitavano il convento sovrastante le rovine del Teatro (oggi sede del civico Museo Archeologico (*).

Da vicolo Botte si ascende a vicolo Scalone San Pietro, che conduce con suggestivo percorso alla sommità della collina, in un crescendo di scorci sul sottostante Teatro Romano, mentre si allarga il panorama sull'intera città. Lasciato vicolo Botte, si raggiunge in pochi passi il Ponte Pietra (*), da cui si gode uno dei migliori scorci che Verona offre ai suoi visitatori.

Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1999

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