Lessinia - Capitelli architettonici - Verona

Verona, Lessinia - Capitelli architettonici: Tra i morbidi dossi e i verdi pascoli della Lessinia, tra una contrada e l'altra, tra una fuga di secolari faggi e il lastame del Rosso Ammonitico, ...
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Lessinia - Capitelli architettonici


Tra i morbidi dossi e i verdi pascoli della Lessinia, tra una contrada e l'altra, tra una fuga di secolari faggi e il lastame del Rosso Ammonitico, sull'altopiano veronese si ergono quasi "sentinelle" del passato, di "momenti di vita", i capitelli.

Abitualmente I'etimo popolare identifica in tali piccole architetture, qualsiasi immagine sacra che sporga da un muro, qualsiasi "segno" di fede che il "credo" abbia posto in qualche luogo. Il capitello architettonico così inteso, quando composto di uno zoccolo su cui sia inciso uno spazio epigrafico, una piccola nicchia ospitante l'immagine sacra e un timpano che sovrasti l'insieme, nasce certamente da motivazioni diverse, personali o comunitarie, e la sua funzione sarà sempre quella legata alla protezione, "scudo" quindi contro i pericoli naturali e soprannaturali, evidenziando sempre perciò la sua funzione apotropaica e rassicuratrice.

Il capitello che in funzione di "ex voto" è testimone di una pietà individuale, diviene testimone di pietà collettiva quando ad erigerlo sia uno stesso gruppo sociale, e diviene anche testimone di "storia" quando la sua erezione, la sua presenza, documenti eventi particolari, carestie, guerre, malattie.

I capitelli dell'area lessinica, pur esprimendo innanzi tutto una genuina religiosità popolare, sono rappresentativi spesso anche di un certo gusto estetico, legato al momento storico, alle condizioni socio-economiche dei committenti e logicamente alla maestria dei lapicidi, dei madonnari che operavano spesso con i soli mezzi "spontanei" reperiti in loco.

Nel processo di cristianizzazione il capitello ha probabilmente sostituito il significato dell'albero sacro in cui il paganesimo vedeva le forze rigeneratrici della natura; non a caso, infatti, spesso dove sorge il capitello c'è l'albero, del quale le stesse "colonnette" della Lessinia Orientale potrebbero essere l'evoluzione.

Ecco introdursi allora, quella certa "magicità", intrinseca nel capitello, spesso eretto (come le Croci) nei crocicchi, sui dossi, abituali itinerari delle "strie", delle "fade" intese quali forze malefiche, entità avverse.

La finalità apotropaica del capitello, eretto davanti alle contrade, è evidente; si spiegano così anche i diversi simboli scolpiti spesso sulle chiavi di volta, sul timpano o sulle spallette del monumento, che diventano "magiche grafie" del bene e della fecondità. Si materializza qui il bisogno di protezione che solo il soprannaturale e lo straordinario potranno garantire, il Sigillo di Salomone ad esempio o la ruota solare.

La tradizione vede la nascita dei capitelli nei lumicini che fin dal XII secolo erano posti negli angoli bui delle contrade e delle strade, oltre che per illuminare, anche per proteggere e rassicurare i viandanti contro eventuali agguati.

Affinché la luce non splendesse a vuoto, dietro il lumicino si pensò di porre un’immagine sacra che nello stesso tempo avrebbe intimorito anche i malvagi. Nel corso dei secoli, la semplice immagine illuminata si trasformò in edicola e tempietto, così come oggi si presenta all'occhio del magari frettoloso, passante.

Attraverso questi piccoli monumenti alla fede, il credente entrava in sintonia col sacro ed un invisibile filo univa divino e "profano" in una "magica" continuità d'intenti. Forse il tempo delle "rogazioni" è lontano e irripetibile, forse nessun Rosario si sgrana più ai piedi del capitello, ma non per questo la realtà del loro "credo" è scaduta, anzi forse è solo assopita e il bisogno di "ritorno alle origini" che si sta respirando ultimamente, ne potrebbe esser la riprova.

Nel ventaglio lessinico, centinaia sono gli esempi più o meno rappresentativi del tema in parola. Intorno ai "capitei" spirano spesso fantasiose leggende che supportate dal racconto populistico, sempre ingigantiscono la "storia".

Tra queste, significativa ci sembra la "storia" che aleggia attorno al capitello di contrada Casoni, parrocchiale di Sprea, splendido angolo "cimbro" della Lessinia Orientale. Il bel capitello, a struttura architettonica con zoccolo e edicola, datato 1849, "protegge" una delle più antiche tavolette votive a quattro figure nella tipica iconografia che vede la Beata Vergine con Bambino e ai lati S. Rocco e S. Sebastiano. La "storia" racconta che molti secoli fa la "madoneta" era inserita in una "colonnetta"; l'allora proprietario, dovendo trasferirsi, decideva di portare con sé, tra le sue povere cose, anche la "madoneta", forse la sola ricchezza che possedeva. Dopo averla perciò tolta dalla sede abituale ed essersela caricata sulle spalle, s’incamminò verso valle. Si accorse però con stupore che il peso della tavoletta, man mano che scendeva, aumentava sino ad impedirgli di proseguire; per questo si fermò esclamando: «Munifica, come te pesi!» e posò il pesante fardello, che decise comunque di riportare indietro, non potendo certo proseguire con quel carico, ma tanto meno abbandonarlo. Con stupore si accorse però che lungo la salita, sulla strada del ritorno, il peso della tavoletta diminuiva man mano che si avvicinava al luogo da dove era partito. L'immagine tornava così come evidentemente era sua volontà, al luogo d'origine, dove qualche secolo dopo fu eretto il capitello, ancora testimone della "storia" raccontata.

Sul tetto della provincia, lungo la vecchia carrareccia Campofontana-Pagani, vediamo un capitello che per la sua struttura oseremmo dire esser il più bello di tutta la Lessinia. Il significativo monumento sorge solitario sul pascolo rendendolo quasi "sacro". La struttura si compone di due insiemi, uno in muratura, l'altro in pietra; all'interno, nell'absidiola, si vedrà I'immagine a tutto tondo, policroma, della Beata Vergine con in mano il libro di preghiere. Una croce in ferro battuto sormonta il tetto in lastra che a sua volta protegge un pronao barocco composto di tre archi e quattro colonnine, probabilmente quest'ultime recuperate in altra sede. La composizione armonica, libera da schemi, sembra quasi amalgamare la forma tra i dossi e le rocce del paesaggio sul quale incide. Sfortunatamente, nessuno spazio epigrafico qualifica la struttura, probabilmente databile verso la seconda metà dell’800.

Nel cuore della Lessinia, a Velo Veronese, lungo il vecchio sentiero che dal capoluogo conduce in contrada Valle, troviamo uno slanciato e classico capitello in pietra dedicato alla Beata Vergine dei Sette Dolori, espressa nella magnifica scultura in pietra bianca, a tutto tondo, opera di Benigno Peterlini, uno tra i più famosi ed attivi lapicidi della Lessinia, che nell’800 tante opere lasciava a sua testimonianza. Nel fregio "Pentirsi o Dannarsi", sulla cornice dell'archivolto leggiamo invece "Indulgenza di 40 giorni a chi recita Ave Maria concessa l'anno 1862"; sullo zoccolo un cartiglio recita "Angela Baltieri e Bortoli Fontana per sua Divozione 1860". La preziosa immagine scolpisce sulla base "O.P.N.V.D/V.D.E.P.C." probabili iniziali di altri committenti. L'icona si caratterizza anche per un grosso cuore di latta trafitto da sette spade (tre a destra e quattro a sinistra del petto della Vergine) simboli dei "Dolori". L'immagine diviene anche esempio di unione di due iconografie, la Pietà e l'Addolorata.

In quel di Roveré Veronese vediamo un pregevole capitello in contrada Grobbe. Interamente in pietra lavorata, il piccolo monumento che data 1883, ospita una preziosa immagine della Madonna della Corona, definita in un tutto tondo in pietra bianca che evidenzia nel sapiente tratto plastico il racconto. Nell'edicola, due cherubini sostengono, sopra la Vergine, il simbolo regale; il cartiglio ci suggerisce "Gesù Maria vi amo salvate Anime. Ind. 300 giorni".

A ridosso degli alti pascoli, contrada Zamberlini è protetta da un pregevole capitello del 1842, come incide la data sotto la testina dell'Arcangelo S. Michele che funge da chiave di volta. La piccola abside, interamente affrescata mostra, ora ormai diafane, le figure di quattro santi, probabilmente S. Antonio, S. Luigi, S. Andrea e S. Michele. Lo spazio epigrafico su cui incide un Ostensorio, così recita "Opera di Simon Zocca li tre marzo MDCCCXLlI per sua divozione li consorti Tinazzi Michel'Angilo e Andrea e Amadio e Giuseppe e Baldassar e Marco e Luigi e Nicola Brutti a regalato il P.". Dietro l'immagine della Vergine e del Bambino, in atto di porgere il Rosario, si noteranno alcuni simboli dei "Dolori". Un arco in pietra bugnata, interrotto da due pulvini che trasformano così le lesene in colonnine, delimita I'ingresso al quale si accede da tre gradini perimetrati da un cancelletto. Il tetto in lastra e una guglia sormontata da una croce in ferro completano il sacello.

Restando ancora per un momento nel territorio di Bosco Chiesanuova, possiamo vedere in contrada Savert uno tra i più significativi esempi del tema che ci interessa. Il bel monumento, nella tipica architettura in lastra, ospita nel catino absidiale l'immagine di Maria Regina che a mezzo busto tiene sul braccio sinistro il Bambino; una robusta corona la sovrasta, mentre la scena è osservata da Dio Padre che benedice dalla lunetta. Sulle spallette laterali si vedono le icone di quattro santi. S. Vitale, S. Rocco, S. Antonio e S. Giovanni. Le figure protagoniste sono ancora ben conservate, ma così non si può dire delle figure di contorno, ormai cadenti e parzialmente "offese" da qualche stupido graffito del "buon ricordo"; sul timpano leggiamo: "Questo capitello dedicato ad Antonio Scandola e Figlio per sua devozione 1865", il monogramma di Cristo completa I'epigrafe. Il significativo "segno" della fede è posto, come vuole la tradizione, all'incrocio di due sentieri e conferma così tutta la "magicità" della pietra.

Del 1837 è il capitello di contrada Aio, uno dei più significativi del tema proposto. Il prospetto interamente in pietra, si caratterizza per le quattro lesene che sostengono il frontone ad arco su cui incidono due tralci di palma; sulla soglia lo spazio epigrafico suggerisce: "Opera del taiapietre Simone Corbellari da Campofontana per colera del 1836". L'abside interamente affrescata, evidenzia una Pietà circondata da cherubini che sorreggono simboli religiosi; sulle spallette laterali vediamo le figure dei santi: Rocco, Pietro, Antonio e Vitale; il carattere popolare delle figure si arricchisce nel colore corposo, ma nello stesso tempo trasparente, delle icone.

Tra i più rappresentativi capitelli della Lessinia Occidentale emerge senza dubbio quello di contrada Manarini nel comune di Erbezzo. L'armonico insieme si caratterizza per I'architettura a pianta ottagonale della struttura. Sul fronte si apre una porta ad arco chiusa da un cancelletto; lo spazio epigrafico sul fregio, "incide" la "storia" del capitello suggerendoci la motivazione di tale presenza. Eretto in onore della Vergine di Caravaggio, la chiesolina così si identifica: "Questa lapide di memoria onoraria dirà ai presenti e ai posteri che Celeste Morandini padre di Germano che perdette d'anni 23 consolò il suo spirito erigendo questa cappella alla Beata Vergine di Caravaggio desiderio ultimo del suo moriente figliolo. O voi che passate e leggete pregate ogni bene e al figlio e al padre an. 1857". AII'interno del tempietto si vede I'altorilievo policromo raffigurante I'iconografia che titola l’opera, nonché varie pitture di carattere simbolico tra cui si evidenziano i "Sette Dolori" e I'ideogramma della Vergine. Sul fronte dell'altare, si legge anche: "Maria O piena di grazia mira pietosa a chi passando ti saluta e invoca". Sulle lastre dell’ottagono, ancora simboli scolpiti, tra cui si evidenzia un Ostensorio da cui spuntano dei germogli come valore di rigenerazione.

In Lessinia Occidentale, dobbiamo interrompere, ma solo sulla carta, il nostro viaggio tra questi piccoli monumenti del "credo", modelli rappresentativi e pochi esempi tra i tanti di un patrimonio unico ed irripetibile dal quale potremo attingere a piene mani per una sempre più esaustiva conoscenza della nostra storia.

In questi "altari all'aperto" si evidenzia ad esempio come sia un santo più di un altro ad esser "assunto" a protettore; si noterà anche come la Vergine sia sempre protagonista, quasi assoluta, nelle varie iconografie; Madre di Dio e quindi Madre del popolo ed in quanto tale sempre vicina ai bisogni del momento, come qualsiasi altra "mamma" che tra queste contrade avrà dovuto soffrire per "spartire" il poco pane quotidiano. Non ultimi, si evidenzieranno sempre gli spazi epigrafici, "inviti", "formule magiche", "sostegni" spesso nel faticoso e difficile "momento".

Attraverso questi segni della sacralità, si predisponeva soprattutto l'animo a ricercare I'incontro col divino, in tempi ed in luoghi dove certamente ben più difficile era l'incontro con l'umano. Una veloce giaculatoria, un segno di croce, un'Ave Maria recitata con voce sommessa, ed ecco subito "garantita" la giornata anche nel rispetto del vecchio adagio: "Preti, dotori e capitei, caveve el capel e rispetei".

Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1990

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