Vigasio - Villa Giusti alla Zambonina - Verona

Verona, Vigasio - Villa Giusti alla Zambonina: Chi percorre la strada che da Vigasio porta a Buttapietra, prima di uscire dai confini di un comune per entrare nell'altro, incontra - ed è una ...
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Vigasio - Villa Giusti alla Zambonina


Chi percorre la strada che da Vigasio porta a Buttapietra, prima di uscire dai confini di un comune per entrare nell'altro, incontra - ed è una gratificazione per l'occhio - la villa detta della Zambonina, attualmente di proprietà della contessa Maria Cicogna Farina. In realtà non è questa l'unica piacevole sorpresa che la zona riserva poiché, nel giro di pochi chilometri, nella fertile campagna ove, da alcuni anni, sono ricomparse numerose le risaie, si possono ammirare altri due considerevoli edifici nobiliari: quello dei Giuliari, a Settimo del Gallese, e quello dei Pindemonte, a Vo' di Isola della Scala.

La località Zambonina appartenne per secoli ai Giusti, conti di Gazzo e proprietari di altri beni a Cerea, San Pietro Incariano, Tarmassia di Isola della Scala ed in città. All'origine di questo loro possesso va collocato l'acquisto di "campi dosentosessantaquatro oltre li casamenti" che i fratelli Gian Battista, Gian Giacomo e Marc'Antonio fecero il 23 marzo 1528 da G. Maria Recalco.

In cosa consistessero questi casamenti si può rilevare da una stima dei beni fatta nel 1572. Vi si elencano una torre colombara, un fienile, le mura del cortile, alcune barchesse, la stalla, il pollaio, il pozzo, le case dei lavoratori ed altre fabbriche rusticali. Questo insieme di strutture, che già si presenta funzionale alla conduzione di una vera e propria azienda agraria, era valutato 2219 ducati. Si tratta di una stima superiore ad altra del 1536 (ducati 1439) e che viene riconfermata, seppure con un lieve aumento (ducati 2325), nel 1583, quando la "casa grande della Zambonina" veniva assegnata, in seguito a divisioni della possessione che allora assommava a 420 campi, al conte Agostino fu Pier Francesco. La sensibile differenza di valutazione riscontrabile a distanza di pochi decenni conferma che nel frattempo la dimora dei Giusti era stata oggetto di consistenti modifiche, come del resto attestano alcuni documenti in cui la si definisce "fatta tutta di novo". Ne fu promotore il conte Gerolamo del fu Paolo Camillo come si rileva dal suo stesso testamento del 1603, con il quale, fra l'altro, sottometteva a fidecommisso, in maniera che non potessero per alcuna ragione essere alienate, tutte le sue sostanze.

L’inventario dei beni mobili redatto nel 1583, oltre a documentarci sulla presenza di una suppellettile sufficiente a garantire un soggiorno agiato, ci mostra che la casa risultava di un numero di stanze atto ad accogliere confortevolmente padroni e servitù. Questo assetto si mantenne intatto per tutto il secolo successivo, come si ricava da altro "inventario di tutti li beni mobili ritrovati nella casa nella villa di Vigasio alla Zambonina" compilato l'anno 1665, e dalla stima di 4503 ducati che di essa aveva fatto due anni prima il noto architetto veronese Lelio Pellesina (per la stessa occasione il palazzo di città era valutato ducati 8578 e quello di Gazzo ducati 6673).

La corte della Zambonina allora comprendeva, oltre alla "casa da patron", "vari chiusi di barchesse et fenile et una colombara con una casetta attaccata alla corte con orti tutta circondata da muro, un brolo contiguo de circa campi 20 piantato con frutari e grande quantità di roveri con giurisdicione de acqua da poterlo adacquare hore 24 alla settimana".

Non sappiamo se in aggiunta al brolo ci fosse già il giardino all'italiana, anche se il noto interesse della famiglia per questo elemento essenziale della villa ci fa propendere per il sì. Di esso vi è comunque sicura attestazione nel secolo successivo.

Nell'ultimo ventennio del Seicento la Zambonina fu tenuta a titolo prima di affitto e poi di proprietà da Gaspare Giusti, figlio di Girolamo, il quale, se le accuse del cugino Gomberto sono degne di fede, si rese responsabile della demolizione di alcune fabbriche e trascurò le restanti a tal punto che esse nel 1714 si trovavano "ruinose et in evvidente pericolo di cadere". Questa condizione sta forse alla base di un intervento radicale che portò alla ristrutturazione della casa dominicale e a darle la fisionomia con cui attualmente si presenta. L’originaria "palazzina" cinquecentesca, le cui componenti strutturali sono ancora ben riconoscibile nella facciata a mezzogiorno, venne dotata di loggia terrena, torretta e terrazza scoperta e di altre stanze in aggiunta alle quindici di cui già risultava. Furono innalzati dalle fondamenta i due corpi laterali e la chiesetta dedicata a Sant'Antonio abate, in sostituzione di altra demolita. Ex-novo vennero fatti anche la scuderia, i granai, la caneva, la casa del fattore ed alcuni rusticali. Purtroppo il documento che descrive con meticolosità la situazione prima e dopo I'intervento non soddisfa la nostra curiosità circa la data esatta e l'architetto dell'operazione. Non è da escludere che un certo ruolo nello spingere i Giusti a rinnovare completamente la loro dimora della Zambonina possa averlo svolto anche lo spirito di emulazione sollecitato dal fatto che, verso la metà del secolo, le due già accennate corti di Settimo e del Vo' avevano visto l'intervento dell'architetto Pompei, a meno che, naturalmente, tale rinnovo non preceda l'attività in loco dell'illustre architetto. Ad ogni buon conto, mentre nella struttura delle case dominicali di Vo' e Settimo vediamo affermarsi il rigore e la sobrietà propugnati dal programma neoclassico, in quella della Zambonina viene esibita la grazia affettata delle forme baroccheggianti.

La villa e l'intera possessione passò nel 1810, assieme ad altri stabili, a Felice Portalupi che, già sposo di Chiarastella Giusti, venne in possesso anche della parte spettante alle altre due eredi: Teodora, vedova di Pandolfo Di Serego e Maddalena Trissino vedova di Gomberto Giusti.

Forse a tale secolo vanno attribuiti i due torrioni merlati che sorgono ai lati della villa, la quale, per il resto, ha mantenuta intatta la sua originaria fisionomia. Essa presenta una facciata a nord che si apre al piano terra in tre logge - le due laterali a superficie leggermente bombata - alle quali corrispondono al primo piano le aperture di tre balconi affiancati da finestre. La parte centrale si innalza poi in un attico, sempre a tre luci, fiancheggiato da volute, pigne ed altri elementi decorativi. Sul fastigio troneggia una statua di Ercole con al Iato sinistro il tricipite Cerbero, contro il quale I'eroe greco sostenne la sua ultima "fatica", e, sul destro, un altro animale mitologico. Sotto i due animali è inciso il motto LABOR UNDE DECVS.

All'interno la decorazione del salone centrale, ancora ossequiente ai dettami serliani, simula strutture architettoniche di colonne che reggono una trabeazione e racchiudono finestroni aperti su prospettive occupate da rami frondosi. Sulla finta trabeazione corrono tutt'intorno motti sentenziosi in lingua latina ("Si vis pacem para bellum - Tuetur et ornat - Vim repelle pacem serva - terret et alicit"), mentre nella controfacciata si legge la data 1720.
Anche le pareti delle tre logge risultano variamente decorate. Meritano un particolare accenno gli affreschi di quella di sinistra, databili alla seconda metà del Settecento. Qui, accanto alle usuali scene di vita agreste tanto care al gusto arcadico del secolo, trova spazio anche la rappresentazione di un episodio, quello della "monda", ispirato alla coltivazione del riso, una pratica agraria allora come adesso privilegiata nel fondo della Zambonina.

Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1997

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