Erbé - Chiesa di Santa Maria Novella di Erbedello - Verona

Verona, Erbé - Chiesa di Santa Maria Novella di Erbedello: La chiesa di S. Maria Novella di Erbedello è situata nel comune di Erbè ed è costituita da un'unica aula, di modeste dimensioni (15,15 x 6,6°), ...
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Erbé - Chiesa di Santa Maria Novella di Erbedello


La chiesa di S. Maria Novella di Erbedello è situata nel comune di Erbè ed è costituita da un'unica aula, di modeste dimensioni (15,15 x 6,6°), orientata liturgicamente ad oriente. Pur rappresentando uno degli edifici sacri più interessanti della Bassa Veronese per la presenza di un notevole patrimonio pittorico, essa è stata pressoché ignorata dagli studiosi: non ne parlano, infatti, le guide veronesi più antiche (Biancolini, Da Persico).

I primi a dedicarle attenzione furono, sul finire dell’800 I’abate di Isola della Scala, Pietro Garzotti, su suggerimento del quale vennero alla luce alcuni degli affreschi occultati da una mano di calce, e il suo amico Carlo Cipolla che di essi diede una sommaria descrizione in uno scritto d'occasione del 1881 (Una carta nuziale veronese del 1170). Sull'argomento tornava il periodico "Pro Verona", nel 1915, (F. Marini. La chiesa di S. Maria Novella di Erbè), e il Simeoni che nella Guida di Verona e Provincia del 1909 proponeva I'attribuzione di alcuni affreschi al Badile.

Da allora, nonostante i notevoli progressi degli studi veronesi, poco o niente è stato aggiunto per una migliore conoscenza della chiesetta, che già nella sua denominazione presenta un problema. Erbedello, infatti, figura come villa autonoma rispetto ad Erbè, anche se ad esso contigua, nell'elenco delle ville veronesi del 1184 ed è ricordato in una serie innumerevole di documenti dell’abbazia di S. Zeno, alla quale tutta la zona del lungo Tione apparteneva per antica infeudazione imperiale. Fra gli altri, merita di essere menzionato un atto del 1295 relativo ad una controversia intercorsa fra l’abate Giuseppe della Scala, tristemente noto per il ritratto che Dante ne fa nel XVIII canto del Purgatorio, ed il notaio Alberto degli Alberti a proposito di alcune pezze di terra site in pertinencia et curia et districtus Herbeti. Parte delle terre è situata in burgo Herbetelli, il quale borgo risulta diviso dalla villa di Erbè da una propria fratta.

S. Maria era dunque la chiesa di Erbedello e godeva di un proprio patrimonio di terreni che sono ricordati con frequenza nelle carte dell'abbazia e che, secondo un elenco del 1377, assommavano a 90 campi veronesi. La più vecchia attestazione di diritti su terre esercitati da S. Maria che è stato possibile rinvenire è del 1268, ma certamente la chiesetta esisteva già prima, per lo meno dal tempo in cui, come abbiamo visto, fu redatto l'elenco delle ville del Veronese.

A qualche centinaio di metri da essa sorgeva e sorge la chiesa parrocchiale, dedicata a S. Giovanni Battista. Fu questa di certo la prima chiesa della comunità locale, di antica origine come di antica origine era il Castrum di Erbè che si inseriva nella linea di paesi incastellati disposti lungo il fiume Tione.

S. Maria, come dicevamo, è formata da un'unica aula ed ha la struttura muraria formata di ciottoli, frammenti di tufo e laterizi. Gli interventi sopravvenuti attraverso i secoli non hanno modificato in maniera rilevante la primitiva, semplice, struttura. La facciata, rivolta verso il Tione, è molto sobria e si apre con una porta ad arco sovrastata da una monofora circolare. L'abside a contorno circolare è affiancata da due absidiole. Sopra la maggiore e quella di sinistra s’innalzano due piedritti, sorreggenti un tettuccio, che fungono da cella campanaria. Un fregio a dente di sega accompagna la linea del tetto, ad eccezione della zona absidale, ed è fra i rari motivi decorativi di quest’edificio assai povero nella struttura architettonica.

Il suo richiamo, infatti, è costituito dagli affreschi che coprono, in più strati, le pareti interne. Appartengono ad epoche diverse, dal XIII al XIV secolo, e ci riportano alle origini della nostra pittura. Molte le immagini della Madonna, qualcuna su troni goticheggianti, e di santi la cui rigidità ricorda i moduli della pittura bizantina. Si tratta, con ogni probabilità, di ex-voto che testimoniano come S. Maria Novella fosse un santuario mariano caro alla devozione popolare.

Questa "popolarità" è accentuata dalle scelte iconografiche della zona absidale su cui vale la pena di soffermarsi più attentamente.

Nell'abside di sinistra fra due arcieri è raffigurato S. Sebastiano, il santo martirizzato con le frecce da Diocleziano. Ad esso ci si affidava, così come alla Madonna, contro il flagello della peste, prima che, sul finire del XV secolo, fosse sostituito, nel medesimo ruolo da S. Rocco il cui culto, patrocinato dalla Serenissima, ebbe larghissima diffusione nel Veronese.

In quella di destra è raffigurata invece un'intera scena che, a prima vista, sembrerebbe di carattere profano. Due coniugi riposano in un letto mentre una terza persona sta avventandosi su di loro con un pugnale. E' una scena interessante anche per i particolari descrittivi (il letto nuziale, i costumi ecc.) che si riferisce alla vita di S. Giuliano che era invocato con uno speciale paternoster da chi si accingeva a fare un viaggio per assicurarsi un buon albergo. Il suo culto diffuso in tutta Italia e che trova spazio anche nella gustosa novella di Rinaldo D'Asti nel Decamerone, non ha molte testimonianze nel Veronese. Era contitolare - informa il Viviani - con S. Maria della scomparsa chiesetta di Lepia in quel del Vago e con S. Pietro di quella, pure diruta, di Lazise. Prima della dedica a S. Maria (sec. XI) era a lui intitolata la pieve di Cisano. Secondo la leggenda il santo, nato in Francia nel VII secolo, avrebbe ucciso i genitori per un tragico errore (è appunto questo l'argomento dell'affresco). Per farsi perdonare sarebbe venuto a Roma e avrebbe costruito un ospedale per i pellegrini nei pressi di Macerata.

Tra i due pilastri interposti alle absidi rimane il profilo di S. Antonio abate, il santo del 17 gennaio che viene sempre rappresentato con a fianco il porcellino ed altri animali del mondo agricolo, e S. Apollonia. Di speciale interesse è quest'ultima immagine perché sovrasta una lunga iscrizione latina in caratteri gotici e, parzialmente, in dimetri giambici. Si tratta di una preghiera con la quale ci si rivolge a Dio, tramite la mediazione della Santa, affinché, a punizione dei nostri peccati, non siamo perseguitati dal mal di denti. S. Apollonia è la santa ancora cara ai bambini perché li gratifica della perdita di ogni "dentin" portando loro "un scheolin" (un soldo).

La data 1435 che si legge a conclusione della scritta, permette una precisa collocazione nel tempo di questo ciclo di santi che nella loro specifica funzione taumaturgica ci testimoniano delle paure, delle afflizioni e delle speranze del vivere quotidiano dei nostri antenati.

La condizione di tutti questi affreschi non è tra le migliori anche perché la statica dell'edificio si presenta sempre più precaria. A metà degli anni ’80 si è costituito in paese un "Gruppo per la difesa dell'Erbedello" che ha esordito con una bella mostra documentaria, finalizzata a stimolare un intervento di restauro. C'è da augurarsi che il suo impegno abbia successo.

Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1984

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