Bonavigo - Chiesa di Santa Maria della Chiusara - Verona

Verona, Bonavigo - Chiesa di Santa Maria della Chiusara: Non molte le notizie storiche su questa chiesetta sperduta in una corte della Bassa legnaghese, che custodisce al suo interno un breve ciclo frescale ...
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Bonavigo - Chiesa di Santa Maria della Chiusara


Non molte le notizie storiche su questa chiesetta sperduta in una corte della Bassa legnaghese, che custodisce al suo interno un breve ciclo frescale di singolare valore e interesse. W. Arslan ("La pittura e scultura veronese dal sec. VIII al sec. XIII", 1943, in cui cita la "Guida" di L. Simeoni) ne colloca la costruzione nella prima metà del XII sec. per certe similitudini con altri edifici della pianura che avrebbero visto all'opera maestranze che coltivavano "con particolare amore gli effetti del cotto". La chiesa ha subito numerosi interventi e rimaneggiamenti fino agli inizi del nostro secolo ed è stata poi dimenticata.

Accettando in linea di massima la proposta di Arslan, vorremmo chiedere un certo beneficio d’inventario qualora fosse accettabile la seconda lettura di una scritta sulla parete settentrionale (che vedremo più avanti) comparsa nei primi anni ‘70). Assai singolari, dunque, per le loro caratteristiche pittoriche e per la loro ambiguità generale, sono gli affreschi delle due absidiole laterali della chiesetta: un esempio di pittura macedone che sembra qui approdata direttamente dal convento di Hosios Lukas in Focide, dopo essersi rinfrescata la memoria più classica ad Aquileia e a Ravenna, negli esempi aulici di S. Apollinare Nuovo: esempi, del resto, mai morti se, proprio in Ravenna, rivivono nei mosaici dell'Ursiana datati al 1112.

Nel catino dell'absidiola destra è dipinto un giovane Cristo e nel registro inferiore un Santo guerriero, che potrebbe essere S. Giorgio, vicino ad un Santo vescovo. Nel catino dell'absidiola sinistra si trova la figura di un probabile S. Gregorio: indossa pallio e vistosi guanti; nel registro inferiore un Santo martire con in mano la corona del martirio, vicino ad un altro Santo.

Appare evidente che non è possibile ricostruire i significati particolari di queste combinazioni e di questi accostamenti: forse, comunque, generici anche all'origine, ed essere quindi queste - anche se la proposta deve lasciare perplessi - immagini decorative.

Di fronte a questi affreschi singolari, dopo i riferimenti aquileiesi e ravennati, e l'altro focidese, sembrerebbe ci possa esser ben poco altro da aggiungere. Essi, invece, possono meritare un’indagine filologica più attenta al fine che individuarne lo spessore e la caratura culturale non indifferente.

E' utile far riferimento ad un testo importantissimo nella cultura pittorica italiana del millennio: il Menologio di Basilio II (Cod. Greco 1613 della Biblioteca Vaticana). Di esso, d'accordo con Arslan nell'opera sua appena citata, ricordiamo la miniatura con la Predica di S. Gregorio della Biblioteca Ambrosiana (Cod. E 49-50 inf.).

Tuttavia, per cercare di situare meno labilmente questi affreschi che potrebbero aver rivestito una notevole importanza nella pittura della diocesi di Verona del Mille, varrebbe la pena di spostarsi un po' più in là nello spazio. Il San Gregorio, ad esempio, sembra la copia conforme, fin nei particolari minuti della posizione del libro, delle dita, oltre che di tutta la costruzione del busto, del San Gregorio Taumaturgo dipinto nella nicchia del naos del monastero focidese già ricordato, generalmente datato alla prima metà dell'XI sec. ed appartiene ad una tipologia che si ripete, ancora pressoché identica, nel San Giovanni Crisostomo nell'abside della chiesa di S. Sofia di Kiev (1042/46) e, ancora, nel San Gregorio di Nissa della stessa chiesa, o nel Santo ignoto del diaconicon di S. Sofia di Ochrida (ca. 1040).

Si tratta di una tipologia fortunata che continuerà quasi inalterata, ad esempio, nella icona frescale del pittore Teodoro con S. Nicola della chiesa di S. Sofia nell'isola di Cythera (XIII sec.); o nelle icone di S. Clemente di Ochrida, e in altre, su fino al XV secolo. Anche il giovane Cristo imberbe, dai grandi occhi allucinati nella fissità frontale, ha cugini e parenti più stretti nei Cristi delle numerose icone macedoni dei secoli X e XI, come l’icona di S. Filippo, dipinta a Costantinopoli nel X sec. ed ora al monastero di S. Caterina sul Sinai.

Tutte queste indicazioni permetterebbero, dunque, per gli affreschi di S. Maria di Bonavigo una datazione tra fine dell'XI e i primi del XII secolo. Rimane, però, da risolvere il problema affascinante delle scritte incise con una punta su quattro mattoni della parete settentrionale dell'aula, per la quale - anche in questo concordando con Arslan - non è difficile pensare a ricostruzioni e interventi in tempi diversi e in parti diverse, tenendo conto del fatto che questa chiesetta mistica faceva un tempo parte del monastero dipendente da S. Michele di Murano fino ad epoca molto più tarda degli affreschi. L'absidiola di sinistra, ad esempio, venne murata nel XV sec. e ridotta a fossa comune per le monache. AI suo interno, infatti, sono state rinvenute ossa di scheletri femminili.

Tornando alle scritte, nella più lunga delle quattro, sembra si possano leggere le seguenti parole: " + Anno Dni mill.d.c. nonagess.mo / quarto indicione setima hec / camara (?) fuit hedlflcat / pr dn Gontebal. d.e.". Egidio Rossini (in "Chiese e monasteri del territorio veronese", 1981) riferiva sommariamente questa scritta riportando la lettura "camara" e aggiungendo un "con matoni coci de ano secundo", che però ora non si è riusciti a leggere né negli altri tre mattoni scritti, né in altra parte dei muri della chiesetta.

Se accettiamo questa data 1294, dovremmo ammettere due ipotesi: gli affreschi sono un’assai tarda esercitazione (operazione non insolita nella diocesi veronese); oppure la parte absidale con gli affreschi è più antica delle pareti laterali: anche questo è fatto non insolito. Sarebbe tuttavia possibile anche una terza ipotesi derivante da una diversa lettura di questa assai incerta e non bene decifrabile scrittura grafita, in cui è molto chiaro, perché ripetuto, solo il nome longobardo di Contebaldo, probabile autore della costruzione o della ricostruzione.

Infatti, non sarebbe forse da scartare del tutto la seguente lettura; " + Anno Dni mills.m. nonaggess.mo / " ecc. La data che se ne ricava, 1094, sarebbe in linea con l'indagine filologica che, sia noi sia chi ci ha preceduti, abbiamo proposto per questi affreschi. Non sembra tuttavia di poter definire la questione, perché dal punto di vista segnico I'analisi si sposterebbe su di un versante assai pericoloso: si dovrebbe parlare di ipercodifica di questi segni; mentre dal punto di vista filologico le due date apporterebbero un supporto a due realtà realtà pittoriche entrambe presenti e documentate nella nostra diocesi: il 1094 sarebbe un'utile conferma dell'indagine sulla cultura pittorica del Mille; d'altro canto, il 1294 riconfermerebbe un'altra interessante ipotesi: la presenza molto più massiccia di quella finora provata del lavoro di un singolare pittore arcaicizzante: quel Maestro "Ciconia" che così firma due opere nel castello di Malcesine e nella chiesa del Crocefisso di Cazzano di Tramigna. Figura singolare di dotto interprete della cultura bizantina, rivisitata alla luce delle esperienze più auliche in territorio metropolitano.

Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1987

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